Ho terminato in un solo pomeriggio Acido Solforico della Nothomb. Mentre lo leggevo ho pensato che forse la sua notorietà la sta portando ad ingentilire i toni caustici delle prime opere, per aprirsi ad un pubblico più ampio e - di conseguenza - meno disposto ad apprezzare la piacevole morbosità che la contraddistingue.
Quest'ultimo racconto lungo è in pratica un apologo sul capitalismo dei media, la cui esistenza si poggia sull'osservanza di un'unica regola: il profitto tratto dall'audience dei programmi, che deve sempre superare se stesso in una corsa disumana.
In nome di questo principio, anche l'orrore può diventare materia di spettacolo: i protagonisti del romanzo sono delle persone qualunque che vengono sequestrate, senza alcun motivo, e deportate in un set televisivo, allestito come un vero campo di concentramento, Kapò inclusi.
Sono i partecipanti al nuovo reality in onda in televisione, CONCENTRAMENTO, in cui tutto è riprodotto come un vero lager nazista: violenza fisica, spersonalizzazione (per cui tutti vengono siglati con un numero su un braccio), privazione di ogni libertà, sadismo, ecc ecc. La novità è che tutto viene filmato dalle telecamere e trasmesso. Ogni settimana i più deboli vengono eliminati - fisicamente: il pubblico si appassiona alle loro vicende, finge di indignarsi di fronte alle ignominie rappresentate, gli editorialisti dei principali quotidiani esortano tutti a non guardare la trasmissione per porre fine alla violenza, ma al contrario Concentramento supera ogni aspettativa di pubblico.
Lo schema della scrittrice non si tradisce: si parte come sempre da un'idea forte, che supera totalmente il comune senso della decenza, per sviluppare una trama in cui i personaggi sono condotti al parossismo delle loro azioni, fino allo scioglimento finale. In questo sviluppo non conta più tanto quello che succede, quanto le conseguenze di questi avvenimenti nelle menti e nelle personalità dei protagonisti: Nothomb usa il grottesco delle storie per tirar fuori il grottesco dell'animo umano, le manie, le perversioni, le crudeltà più banali. Anche Acido Solforico non è da meno: il lager è il palcoscenico in cui si consumano le passioni più ambivalenti di odio-amore, i gesti più dignitosi e quelli più meschini. Non manca nemmeno la descrizione del desiderio, tema ricorrente dei suoi libri, quasi sempre personificato in figure di donne inarrivabili per bellezza, destinate a scatenare ammirazione e follia.
Tuttavia, in questo caso ho avuto l'impressione che dopo la rincorsa iniziale, la storia si afflosci sulla ripetitività degli episodi, che in definitiva rende ripetitiva anche la dinamica delle passioni espresse. Il colpo di scena finale poi si dispiega in una rassicurante morale che annacqua la tensione narrativa delle premesse iniziale e riconcilia gli estremi. Ma perchè? perchè non avere il coraggio fino in fondo di essere esecrabili?
Nel complesso ho avuto l'impressione che la scrittrice abbia voluto rappresentare l'orrore e si sia però sentita alla fine in dovere di spiegare bene la sua vera posizione, quella di chi prende le distanze da esso. Ma non è sempre necessario, a mio parere, in un contesto artistico come la letteratura, in cui non sempre il lettore è alla ricerca di un didascalico insegnamento etico.