Piccola digressione fuori dal contesto libresco.
A conferma della perplessità che mi suscita il Giappone, invito a vedere ICHI THE KILLER (Koroshiya Ichi) di Takashi Miike, concentrato sublime di splatter puro, violenza, disadattamento e perversione sessuale della mente nipponica. Su youtube è stato ovviamente possibile recuperare solo il trailer, ma un'idea la dà.
http://www.youtube.com/watch?v=coiVr5Pl4-s
lunedì 22 febbraio 2010
mercoledì 17 febbraio 2010
Daniel Pennac? Sarà...
Giornata stancante.
Finito La prosivendola di Daniel Pennac: vivace, divertente, anche se sotto sotto Monsieur Malaussene non mi sta tanto simpatico. Per questo motivo non riesco a leggerlo tutto d'un fiato, e nemmeno riesco a prendere in mano più libri della saga a distanza ravvicinata. Dall'ultimo libro di Pennac sono passati più di 5 anni: perchè? Perchè un pò mi annoia. Mi annoiava prima, quando avevo meno riferimenti con cui fare degli involontari paragoni e mi annoia ora, che ho qualche puntello in più. Che peccato però, vorrei essere di quei lettori che si lasciano affascinare dalle vicende surreali del capro espiatorio di Belleville, dalla prosa lieve che vuole cullare chi legge e dal tono poetico di un'umanità sospesa tra irrealtà e cronaca nera: invece sono inchiodata, impiombata, inzavorrata sulla mia pesantezza e, dopo aver iniziato un libro di Pennac, mi viene in mente un unico aggettivo al suo stile: decorativo. E un pò noioso.
Decorative le sue metafore, i suoi personaggi.
Sarà che Pennac in realtà si chiama Daniele Pennacchioni?
Sarà che ho squarciato il velo di Maya della mia innocenza?
Sarà che come lettore sono una vecchia baldracca, senza più un briciolo di verginità e di candore?
Però però..oggi sono stanca: mi do qualche giorno per pensarci su.
Finito La prosivendola di Daniel Pennac: vivace, divertente, anche se sotto sotto Monsieur Malaussene non mi sta tanto simpatico. Per questo motivo non riesco a leggerlo tutto d'un fiato, e nemmeno riesco a prendere in mano più libri della saga a distanza ravvicinata. Dall'ultimo libro di Pennac sono passati più di 5 anni: perchè? Perchè un pò mi annoia. Mi annoiava prima, quando avevo meno riferimenti con cui fare degli involontari paragoni e mi annoia ora, che ho qualche puntello in più. Che peccato però, vorrei essere di quei lettori che si lasciano affascinare dalle vicende surreali del capro espiatorio di Belleville, dalla prosa lieve che vuole cullare chi legge e dal tono poetico di un'umanità sospesa tra irrealtà e cronaca nera: invece sono inchiodata, impiombata, inzavorrata sulla mia pesantezza e, dopo aver iniziato un libro di Pennac, mi viene in mente un unico aggettivo al suo stile: decorativo. E un pò noioso.
Decorative le sue metafore, i suoi personaggi.
Sarà che Pennac in realtà si chiama Daniele Pennacchioni?
Sarà che ho squarciato il velo di Maya della mia innocenza?
Sarà che come lettore sono una vecchia baldracca, senza più un briciolo di verginità e di candore?
Però però..oggi sono stanca: mi do qualche giorno per pensarci su.
lunedì 8 febbraio 2010
Metti una pomeriggio di febbraio..
Va bene, io non sono Nanni Moretti, non ho una Vespa e non vivo a Roma.
Però metti una sera....i livelli di PM10 altissimi e il freddo tagliamani che non riuscono a sconfiggere un'ostinata domenica pomeriggio invernale che vuole essere bella; i sensi unici che mi obbligano ad allungare di 5 km il ritorno a casa; la freschezza di una stupenda mostra appena vista in compagnia di una vecchia amica; una buona dose di fatalismo che tutto questo poteva avere un significato positivo, per me guidatore tuttosommato di un motorino; insomma, metti una sera in cui mi sento un pò in Caro Diario e mi diverto a guardare i palazzi e gli interni di Milano.
Mi lascio il centro alle spalle: negozi, negozi, gruppi di ragazzi in coda fuori ai negozi, gente che avanza dai negozi brandendo come trofei le shopping bags. Via via, scappa da questo budello di gallerie-vetrine, attenta al senso unico, alla zona a traffico limitato, qua le multe piovono come le sputazze nei tram!
Già a Corso Venezia le scene cambiano: molti più i negozi chiusi e la gente in giro per la strada sembra cogliere un pò che passeggiare non deve fare per forza rima con comprare. Ai Giardini Montanelli finalmente la domenica mi saluta con la sua faccia internazionale: le famiglie, il parco, i bambini. Porta Venezia è il primo quatiere in cui si respira l'aria della gente normale, quella che la domenica fa la fila al Planetario per far vedere ai bambini le stelle e la luna. Anche lo sguardo si distende e rilassa davanti ad una strada degna di questo nome.
Alla prima curva mi ritrovo su Viale Majno: ingressi con giardino introducono a case monumentali. Le facciate sono piene di finestre illuminate, in cui si guarda la televisione e si vive a Milano. Le vetrate sono assediate dalle piante rampicanti, ora un pò rinsecchite nel freddo di febbraio, ma decise a mantenere le loro posizioni: eleganti piovre in attesa di maggiori caldi per espugnare le fortezze di vetro.
Dopo un minuto costeggio una chiesa, incastrata tra le case che quasi non la vedevo, e vedo uscire i fedeli dell'ultima messa della giornata: anche in quella vita recupero un pò di banale calore, di routine indiscusse e di piccole serenità dentro Milano.
Il quartiere procede riempiendosi dei vestiboli della vita gioiosa dentro i bar, pizzerie, ristoranti, fino all'arco di Piazza Medaglie d'Oro. Di là la strada dove vivo io, nata probabilmente da stratificazioni di sensibilità diverse, perchè diverso è ogni isolato. Ristoranti regionali e casette basse con portoncini di legno precedono un albergo cubo dove l'unica possibile attività è spegnere la luce e cadere nel sonno più profondo; una piazza abnorme con monumento permette di guardare le stelle dopo 300 m di sanpietrini dissestati.
E io cammino lenta a faccia in sù, guardando le facciate dei palazzi.
Però metti una sera....i livelli di PM10 altissimi e il freddo tagliamani che non riuscono a sconfiggere un'ostinata domenica pomeriggio invernale che vuole essere bella; i sensi unici che mi obbligano ad allungare di 5 km il ritorno a casa; la freschezza di una stupenda mostra appena vista in compagnia di una vecchia amica; una buona dose di fatalismo che tutto questo poteva avere un significato positivo, per me guidatore tuttosommato di un motorino; insomma, metti una sera in cui mi sento un pò in Caro Diario e mi diverto a guardare i palazzi e gli interni di Milano.
Mi lascio il centro alle spalle: negozi, negozi, gruppi di ragazzi in coda fuori ai negozi, gente che avanza dai negozi brandendo come trofei le shopping bags. Via via, scappa da questo budello di gallerie-vetrine, attenta al senso unico, alla zona a traffico limitato, qua le multe piovono come le sputazze nei tram!
Già a Corso Venezia le scene cambiano: molti più i negozi chiusi e la gente in giro per la strada sembra cogliere un pò che passeggiare non deve fare per forza rima con comprare. Ai Giardini Montanelli finalmente la domenica mi saluta con la sua faccia internazionale: le famiglie, il parco, i bambini. Porta Venezia è il primo quatiere in cui si respira l'aria della gente normale, quella che la domenica fa la fila al Planetario per far vedere ai bambini le stelle e la luna. Anche lo sguardo si distende e rilassa davanti ad una strada degna di questo nome.
Alla prima curva mi ritrovo su Viale Majno: ingressi con giardino introducono a case monumentali. Le facciate sono piene di finestre illuminate, in cui si guarda la televisione e si vive a Milano. Le vetrate sono assediate dalle piante rampicanti, ora un pò rinsecchite nel freddo di febbraio, ma decise a mantenere le loro posizioni: eleganti piovre in attesa di maggiori caldi per espugnare le fortezze di vetro.
Dopo un minuto costeggio una chiesa, incastrata tra le case che quasi non la vedevo, e vedo uscire i fedeli dell'ultima messa della giornata: anche in quella vita recupero un pò di banale calore, di routine indiscusse e di piccole serenità dentro Milano.
Il quartiere procede riempiendosi dei vestiboli della vita gioiosa dentro i bar, pizzerie, ristoranti, fino all'arco di Piazza Medaglie d'Oro. Di là la strada dove vivo io, nata probabilmente da stratificazioni di sensibilità diverse, perchè diverso è ogni isolato. Ristoranti regionali e casette basse con portoncini di legno precedono un albergo cubo dove l'unica possibile attività è spegnere la luce e cadere nel sonno più profondo; una piazza abnorme con monumento permette di guardare le stelle dopo 300 m di sanpietrini dissestati.
E io cammino lenta a faccia in sù, guardando le facciate dei palazzi.
giovedì 4 febbraio 2010
L'abisso guarda dentro di noi - Il sospetto di Friedrich Durrenmatt
"Si muore" pensò "una volta o l'altra si muore, in un certo anno, come le città, come i popoli e i continenti. Si crepa." pensò "questa è la parola giusta: crepare - e la terra continuerà a girare attorno al sole, lungo la sua orbita identica da sempre, leggermente inclinata, cieca e spietata, in una corsa folle e silenziosa, per sempre. Cosa importache questa città continui a vivere oppure che la superficie grigia e inanimata delle acque ricopra tutto, le case, le luci, i campanili, la gente - erano le onde di bronzo del Mar Morto quelle che ho visto agitarsi oltre il buio della neve e della pioggia, quando siamo passati sul ponte?"
Appena terminato Il Sospetto, di Friedrich Durrenmatt: apparentemente la più classica delle storie poliziesche - un anziano commissario gravemente ammalato inizia a sospettare dell'identità di un importante primario di una clinica svizzera, stranamente identico a un medico nazista ritratto sulla rivista Life mentre opera senza anestesia. Da qui un'indagine nella quale rischierà la vita.
In realtà, ci si accorge già alla seconda pagina che l'impalcatura noir è un pretesto per sviscerare il nero profondo dell'animo umano e costringere il lettore a confrontarsi con gli orrori dell'esistenza: il dolore, la malattia, la morte, l'assurdità del credere. Il medico aguzzino bersaglio del sospetto del commissario ci descrive alla perfezione la lucida e agghiacciante logica del nichilismo morale: l'uomo è solo materia ed energia, fuggevole in un istante, e in quell'istante l'unico valore - immeritato anch'esso - a cui aggrapparsi è la libertà del delitto.
Al di là della vicenda narrata e della modalità in cui si sciolgono i nodi narrativi, la storia comunica la volontà impietosa dell'autore di svelare il putrido "frutto bacato" che è il mondo: la stessa scelta di genere narrativo è indizio di un profondo pessimismo nei confronti delle umane vicende. Il romanzo poliziesco, con le regole che impone alla storia raccontata, è una dolente costruzione retorica fittizia del reale, incapace di spiegare l'abisso dell'esistenza.
Devo dire, un bella revolverata a qualunque moto d'ottimismo: un libro che lascia un forte sentimento di disagio. Ho cercato di leggerlo nelle condizioni di maggiore confort possibile: a letto, illuminata da una lampada calda, sotto il piumone, Nonostante questi accorgimenti, in certi momenti mi sono sentita trasportare nelle stanze d'ospedale color metallo, o nelle mattine bianco livido della Svizzera.
Un libro da consigliare nei momenti di esagerata esaltazione ottimista da disturbo bipolare.
Appena terminato Il Sospetto, di Friedrich Durrenmatt: apparentemente la più classica delle storie poliziesche - un anziano commissario gravemente ammalato inizia a sospettare dell'identità di un importante primario di una clinica svizzera, stranamente identico a un medico nazista ritratto sulla rivista Life mentre opera senza anestesia. Da qui un'indagine nella quale rischierà la vita.
In realtà, ci si accorge già alla seconda pagina che l'impalcatura noir è un pretesto per sviscerare il nero profondo dell'animo umano e costringere il lettore a confrontarsi con gli orrori dell'esistenza: il dolore, la malattia, la morte, l'assurdità del credere. Il medico aguzzino bersaglio del sospetto del commissario ci descrive alla perfezione la lucida e agghiacciante logica del nichilismo morale: l'uomo è solo materia ed energia, fuggevole in un istante, e in quell'istante l'unico valore - immeritato anch'esso - a cui aggrapparsi è la libertà del delitto.
Al di là della vicenda narrata e della modalità in cui si sciolgono i nodi narrativi, la storia comunica la volontà impietosa dell'autore di svelare il putrido "frutto bacato" che è il mondo: la stessa scelta di genere narrativo è indizio di un profondo pessimismo nei confronti delle umane vicende. Il romanzo poliziesco, con le regole che impone alla storia raccontata, è una dolente costruzione retorica fittizia del reale, incapace di spiegare l'abisso dell'esistenza.
Devo dire, un bella revolverata a qualunque moto d'ottimismo: un libro che lascia un forte sentimento di disagio. Ho cercato di leggerlo nelle condizioni di maggiore confort possibile: a letto, illuminata da una lampada calda, sotto il piumone, Nonostante questi accorgimenti, in certi momenti mi sono sentita trasportare nelle stanze d'ospedale color metallo, o nelle mattine bianco livido della Svizzera.
Un libro da consigliare nei momenti di esagerata esaltazione ottimista da disturbo bipolare.
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