lunedì 22 marzo 2010

Sfizzera!

Il viaggio per Ginevra corre senza troppi problemi, a parte la compagnia della signora Rosanna, vivace vecchietta di Cesena in trasferta in Svizzera per trovare il figlio, informatico del Cern.

La Rosanna, vispa come un grillo per tutto il viaggio,subito mi sceglie come compagna di viaggio affidabile in caso di sventure, per cui guarda con apprensione qualsiasi mio gesto inaspettato. Sembra la lucina rossa dell'antifurto che avevo in casa da bambina: se entravi nella stanza e ti muovevi, la luce si accendeva, ma se rimanevi fermo si spegneva. Uguale la Rosanna : qualsiasi banalissimo movimento che io faccia - spostarmi sul fianco sinistro o destro, prendere il libro dalla valigia - desta in lei una curiosità inaudita. Incomincia a guardarmi con occhietti di faina, fino a spegnersi quando smetto di muovermi.
La sua conversazione è convulsa e singhiozzante: per la prima ora e mezza non spiccica parola- ma mi guarda insistentemente - poi inizia a parlarmi del figlio, della Svizzera, dei laghi, di quant'è brutta Milano...senza sosta e alternando curiosamente il lei al tu. Io sorrido di circostanza e mi vorrei anche isolare, ma mi è chiaro che per depistare quegli occhietti a punta di spillo l'unica soluzione potrebbe essere fingere di cadere in un sonno simile alla morte, cosa che faccio nell'ultima ora di viaggio.

Ginevra mi sorprende un po': mi aspetto una cittadina pulitina e scialba, invece mi ritrovo su un autobus pieno di ragazzoni rumorosi, ma che soprattutto era stato da poco territorio di rigettate vomitose da parte di qualche simpaticone del venerdì sera. Le strade non sono così pulitine e linde come tutti - la Rosanna in primis - mi raccontavano: è chiaro che il fine settimana anche là lascia il suo aspetto stropicciato, per fortuna. Anche sulla scialbezza mi sono ricreduta: la città è molto carina, ha un bel centro storico e il panorama con il lago è bellissimo.
Il lusso e la grande marca urlata dominano lo scenario del centro: arrivando dalla stazione le prime luci che vedo sono le scritte gigantesche ROLEX e MONT BLANC, e l'impressione generale è che, per questi grandi marchi, in una città come Ginevra conti più l'esibizione dell'esserci come logo, che la reale presenza.

Al contrario, nel quartiere della stazione è tutto ancora aperto fino a tardi: le facce incontrate sono multieniche, i ristorantini sono tantissimi e molto più a buon mercato del previsto. A differenza della zona dei negozi, l'atmosfera si fa familiare, ci si guarda alle spalle e si avverte il senso di pericolo che deve avere ogni buon quartiere intorno alla stazione dei treni nel mondo.

Come sempre, viene confermata dentro di me l'idea controcorrente che in Italia si lavori tantissimo: il ginevrino chiude bottega alle sei e trenta, anticipa anzi alle cinque di sabato e non concepisce lontanamente di lavorare di domenica. Tant'è che i commercianti che lavorano nel mercato all'aperto della domenica sono calabresi (che vendono accessori per i telefonini made in China), piemontesi e al massimo svizzeri italiani. Dopo due parole di francese, vengo umiliata dai venditori, che mi iniziano a rispondere in perfetto italiano.

Al ritorno in treno sono sola e tutta contenta finisco l'Uomo a rovescio di Vargas. Mi faccio cullare da una storia di lupi, di montagne a sud della Francia, un po' diversa dalle solite avventure del commissario Adamsberg.

Un pò meno contenta a Milano di rincontrare la mia amica della domenica o del lunedì sera, l'insonnia.

mercoledì 17 marzo 2010

Sussurri e grida e sbadigli

Quando dormo sola in realtà non dormo, ma mi muovo a singhiozzo tra il sonno e la veglia.

Sussulto ad ogni suono, dentro e fuori casa, e alla fine crollo verso le 6.00.

Questo dato autobiografico mi fa riflettere sulla scelta dei libri: devo trovare qualcosa che non mi agiti ulteriormente, quindi in pratica bandire zombie, figli dei vampiri, serial killer, segnali dell'apocalisse annunciati in cielo e criminali metropolitani: ovvero tutti i fumetti che leggo, Almanacco dei Paperi a parte.

Eliminare anche la Francia e Parigi pullulanti di assassini dei romanzi di Vargas; elimitare i romanzi gotici; eliminare storie di lutti, perdite, abbrutimenti umani e ragazzi perduti; eliminare romanzi di pessimismo cosmico e corteggiamento con la morte; insomma, eliminare l'80% della mia libreria.



Dopo un'attenta analisi, oltre al già citato Almanacco e considerato che fine ha fatto l'ultimo libro leggero che cercavo di leggere (vedi parentesi africana) rimangono:


  • Le guide turistiche di Barcellona e Berlino (Londra no, troppo frenetica e modaiola)

  • L'impianto urbano della città romana della Magna Grecia dell'Esimio Professor Sirago

  • Rileggere Zia Mame

Oppure tirare fino a tardi con uno dei libri oscuri e addormentarmi per sfinimento.


mercoledì 10 marzo 2010

Libro e film

Dopo la parentesi africana, brevissima e deludente, rieccomi sui miei passi con L'uomo dei cerchi azzurri di Fred Vargas.

E' il primo romanzo in cui compare il commissario Jean-Baptiste Adamsberg e questa informazione è il punto di partenza per comprendere il romanzo. Per chi come me ha iniziato a leggere Vargas dagli ultimi romanzi, questa prima storia può essere deludente. C'è pochissima azione, la trama è molto essenziale e prevalgono soprattutto i personaggi, la loro "urgenza" di presentarsi al pubblico.
Adamsberg si inserisce nelle popolate file dei protagonisti dei noir seriali, genere esplorato praticamente da tutti i media: fumetti, libri, film, telefilm... Entrando in un territorio già iperpopolato, è necessario definire dall'inizio i propri numeri, per non cadere nell'oblio delle opere prime senza successo. Il romanzo avvince per i suoi protagonisti, per l'atmosfera malinconica creata dai loro gesti e dialoghi- tutto il resto è un supporto, un pretesto per farli muovere.
Prima di tutto Parigi, strappata con vigore da tutte le cartoline: Vargas ci parla di viuzze secondarie, di topaie in quartieri defilati, di interni di commissariati e di bistrot anonimi.
Non ci sono tramonti rosati, ponti sulla Senna, giardini, viali scintillanti. Non ci sono nemmeno lacrimoni, melodrammi, sentimentalismi: tutto il cliché della Ville Lumière è bello che assente.

Ovviamente non potevano farsi scappare la possibilità di trasformare i romanzi in film: questa è una cosa che ho notato in Erasmus ed anche dopo, e che ho visto molto presente in Francia. Gran parte della produzione culturale letteraria francese viene fagocitata e ridigerita dalla televisione e dal cinema in modo repentino, molto prima che in Italia. Sembra che il pubblico francese acceda ai libri se riesce a riconoscere nelle facce degli attori nazionali i protagonisti dei romanzi.
Questo è il link del film - di Claude Chabrol - a cui sono già seguiti i capitoli successivi (che io non ho ancora letto):
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=59247

domenica 7 marzo 2010

Happy birthday, Mr Professor

Una nota personale degna di essere postata.

L'esimio professor Sirago è arrivato a 90 anni, numero che incute rispetto e tensione anche nei bassi napoletani. Il 28 sono le zizze, il 42 è o' ccafè, ma 90 è la paura.
90 anni vissuti sopra ai libri, con il rigore e la disciplina che derivano dell'amore per quello che si fa.
Non ti auguro di vivere altri 20 anni: ti auguro di vivere insieme a questo stesso amore per tutto il tempo che ti è ancora concesso, che sia 1, che siano 10, che siano 20.
Ti auguro di allontanare i pensieri più tristi che inevitabilmente ti colgono, e di vivere la malinconia dei tuoi anni con sguardo pulito e chiaro, come sempre fai,

Saluti e ringraziamenti da O' Alexandròs, Gaia Placidia la Nobilissima, Giulio Cesare, Nerone e da luoghi sconosciuti ma di grande impatto per lui e per me come S.Pietro, la casina al mare-campagna della mia infanzia, Grumo Appula, il collegio di Vico Equense, Bruxelles, Pau e Sessaurunca.
You cool!


venerdì 5 marzo 2010

Insieme a te non ci sto più

Decisione presa, il colpo di scure è caduto.

Il libro africano è pronto per l'abbandono: troverà mani migliori, e menti più disponibili.
L'abbandono avverrà lunedì, non so quando nè dove.

Torno per un po' a Fred Vargas, per riconciliare il cervello e dimenticare le zucche, i pantaloni kaki e i sermoni della domenica.

mercoledì 3 marzo 2010

Pensieri e parole (troppe)

Un'altra perplessità di lettura.

Mi sono imbattuta in un libricino molto curioso, qualche tempo fa. Si tratta di Un gruppo di allegre signore di Alexander McCall Smith, uno scrittore di origini scozzesi, nato e cresciuto in Zimbabwe. Mi ha colpito la freschezza della trama descritta in quarta di copertina e l'origine così particolare dello scrittore. Da poco l'ho preso in mano e la reazione ai primi capitoli è stata la delusione: pagine e pagine di descrizioni minute, da quello che cucinerà la protagonista, la detective Precious Ramotswe all'intera trascrizione del sermone della chiesa.

Inoltre, ho l'impressione che il senso generale di raccontino edificante mi accompagnerà per tutto il romanzo: ci sono digressioni sull'Africa, sui cambiamenti che l'hanno coinvolta negli ultimi decenni, e sulla difficoltà di mantenere saldi i valori di rispetto comunitario e accoglienza di una volta.

A parte queste lezioncine, la trama finora è piuttosto scarna, sembra la cronaca noiosetta di una giornata banale della amabile Ramotswe, quello che dice, il thè che beve, come si cucina la zucca ecc ecc.

Mi sembra un pò poco per scrivere un libro: tra l'altro anche il risveglio di un individuo può essere raccontato in decine di pagine, come ha fatto Proust, ma deve esserci una struttura almeno intenzionale sotto. Invece queste mi sembrano le telefonate tra me e mia mamma giornaliere, interessanti solo per noi due (e spesso nemmeno per noi due).

Ho sospeso per ora il giudizio, aspetto di andare ancora un po' avanti per decidere se continuare o abbandonare il tomo nella metro di Milano all'attenzione di qualche lettore più entusiasta di me.