mercoledì 22 settembre 2010

Attese

In progress...mille nuove idee, mille nuovi libri

lunedì 23 agosto 2010

In vacanza!

Le mie vacanze sono state fatte di particolari e di nuove conoscenze.
Mi tornano alla mente gli oggetti magici incontrati nel cammino: l'anguria gialla di Catania, la granita cremosa nella brioche dell'Etna, le mummie della Cripta dei Cappuccini, i mosaici-fumetti di Monreale, il giardino dei limoni sotto i quali dormire, la città di Palermo, che è indiana, turca, araba, italiana...In Sicilia le pasticcerie sono luoghi di piacere colorati e iridescenti, in cui perdere la testa e lasciarsi frastornare dal profumo

Entrare in Sicilia è come bussare alla porta di qualcuno che parla come te ma ha negli occhi una luce diversa.

Ho dormito tante notti sotto le stelle, separata dal cielo solo da una tela cerata.
Ho letto come diventare buoni e ho riflettuto sull'ipocrisia della morale borghese.
Nel mare in cui nuotavo ero il solo essere umano, e i pesci brucavano sulle rocce come pinnute pecorelle.


martedì 27 luglio 2010

Cosa vuoi adesso

Immagini. Il mio mondo è fatto di immagini.
E di parole. Parole studiate, ripetute sempre uguali, lette e rifrullate in modo sintetico. Sintesi, rapidità, per creare con le parole le giuste immagini.

Parole per descrivere immagini, emozioni, frustrazioni, desideri. Parole che devono essere chiare, eleganti, che devono interessare, catturare l'attenzione per creare nuove parole. Parole per mantenere vivi i rapporti, per coccolare l'amore, per rassicurare, per ridere.

Dentro di me, un piccolo bisogno di silenzio. Silenzio delle parole, non degli sguardi. Non delle immagini.
Mi voglio riempire di colori e di forme e poi non sentire l'esigenza di trasformarle in parole.

La luna e i falò - Cesare Pavese

Una folgorazione.
Un libro che racconta il gusto amaro della ricerca vana del ricordo intatto della propria infanzia, per poi scoprire che quell'età non era nè innocente nè idilliaca.
Tra le colline brumose delle langhe, Anguilla torna dopo tanti anni ai luoghi della sua gioventù. Ora è ricco, è vissuto in America come rifugiato, ha conosciuto il mondo, ma ha bisogno di rivedere lo stesso tramonto dove ha passato la propria infanzia. E il primo incontro è con lo spaesamento, con il senso stesso della parola, essere senza un paese, non potersi riconoscere come appartenente in un angolo del mondo.

I suoi ricordi sono quelli di un bambino abbandonato (un "bastardo") che impara subito a dialogare con i grandi e a lavorare duramente. Tuttavia il suo passato, sebbene povero e affamato, aveva un senso chiaro, una familiare ripetitività tipica delle stagioni che si susseguivano, dei riti e delle feste del paese.

Mi sono ricordata di Palese e delle pause di pomeriggio mentre studiavo: mi alzavo, guardavo in lontananza il mare e la strada, e tutto era uguale e rassicurante. Poi l'estate, gli amici che dalla città si trasferivano nelle villette al mare, la noia di abitare lontano da tutti, il senso di gioia di aver passato una bella serata o di frustrazione perchè non piacevo al ragazzo che piaceva a me.

mercoledì 14 luglio 2010

Les tyrans capricieux

Vorrei dedicare un post ai piedi.



Appendici senza troppa grazia che sbucano alla fine dei nostri corpi, i piedi sono organi in grado di suscitare tutta la scala delle passioni umani, dalla completa indifferenza al dolore più atroce, dal disgusto alla follia amorosa più insana.



Parigi è stata croce e delizia dei miei piedi: dai piedi è salita la consapevolezza dei luoghi dove camminavo, la certezza rassicurante di conoscere i miei passi. Mi sono venute in mente le sere passate a guardare il cielo immenso parigino, le corse per andare da una parte all'altra della Senna, lo spazio aperto di piazza Charles de Gaulle uscendo dalla metro, la sensazione di essere un abitante provvisorio in una città che corre, la felicità nei cinema, luogo in cui mi sentivo bene con me stessa..a casa.

Incredibile, anche Parigi, luogo dove ho sperimentato solitudine e tristezza, mi è un po' familiare, come una casa. I miei piedi riconoscono i luoghi di Parigi e senza incertezza mi sanno condurre ovunque.



Ma sono stati anche gli ambasciatori precoci del mio disagio, a seguito di ore ed ore di cammino senza pausa. Partendo dai piedi, è montato il mio fastidio, l'acidità nei confronti dell'umanità con cui stavo condividendo quel cammino, che era del tutto indifferente alla sorte dei miei arti inferiori e che mi provocava - addirittura - proponendo nuove strade e nuovi angoli da scoprire...



Adesso che i piedi sono tornati alla loro indifferenza, posso ringraziare di cuore Eve e le altre persone che mi hanno condotto per le strade di Montparnasse, Place d'Italie, Rue Mouffetard, e scusarmi della mia antipatia, dovuta ai capricci dei Reali laggiù, poco avvezzi ad essere avviluppati in scomode gabbie poco abituali - scarpe nuove - per tanto tempo.

martedì 15 giugno 2010

Navigando sul web mi sono imbattuta in un momento di sublime raffinatezza

AD AFRODITE
O mia Afrodite dal simulacro
colmo di fiori, tu che non hai morte,
figlia di Zeus, tu che intrecci inganni,
o dominatrice, ti supplico,
non forzare l'anima mia
con affanni né con dolore;
ma qui vieni. Altra volta la mia voce
udendo di lontano la preghiera
ascoltasti, e lasciata la casa del padre
sul carro d'oro venisti.
Leggiadri veloci uccelli
sulla nera terra ti portarono,
dense agitando le ali per l'aria celeste.
E subito giunsero. E tu, o beata,
sorridendo nell'immortale volto
chiedesti del mio nuovo patire,
e che cosa un'altra volta invocavo,
e che più desideravo
nell'inquieta anima mia.
"Chi vuoi che Peito spinga al tuo amore,
o Saffo, chi ti offende?
Chi ora ti fugge, presto t'inseguirà,
chi non accetta doni, ne offrirà,
chi non ti ama, pure controvoglia,
presto ti amerà."
Vieni a me anche ora:
liberami dai tormenti,
avvenga ciò che l'anima mia vuole:
aiutami, Afrodite.
Saffo

lunedì 7 giugno 2010

Acido Solforico - Amélie Nothomb

Ho terminato in un solo pomeriggio Acido Solforico della Nothomb. Mentre lo leggevo ho pensato che forse la sua notorietà la sta portando ad ingentilire i toni caustici delle prime opere, per aprirsi ad un pubblico più ampio e - di conseguenza - meno disposto ad apprezzare la piacevole morbosità che la contraddistingue.

Quest'ultimo racconto lungo è in pratica un apologo sul capitalismo dei media, la cui esistenza si poggia sull'osservanza di un'unica regola: il profitto tratto dall'audience dei programmi, che deve sempre superare se stesso in una corsa disumana.
In nome di questo principio, anche l'orrore può diventare materia di spettacolo: i protagonisti del romanzo sono delle persone qualunque che vengono sequestrate, senza alcun motivo, e deportate in un set televisivo, allestito come un vero campo di concentramento, Kapò inclusi.
Sono i partecipanti al nuovo reality in onda in televisione, CONCENTRAMENTO, in cui tutto è riprodotto come un vero lager nazista: violenza fisica, spersonalizzazione (per cui tutti vengono siglati con un numero su un braccio), privazione di ogni libertà, sadismo, ecc ecc. La novità è che tutto viene filmato dalle telecamere e trasmesso. Ogni settimana i più deboli vengono eliminati - fisicamente: il pubblico si appassiona alle loro vicende, finge di indignarsi di fronte alle ignominie rappresentate, gli editorialisti dei principali quotidiani esortano tutti a non guardare la trasmissione per porre fine alla violenza, ma al contrario Concentramento supera ogni aspettativa di pubblico.

Lo schema della scrittrice non si tradisce: si parte come sempre da un'idea forte, che supera totalmente il comune senso della decenza, per sviluppare una trama in cui i personaggi sono condotti al parossismo delle loro azioni, fino allo scioglimento finale. In questo sviluppo non conta più tanto quello che succede, quanto le conseguenze di questi avvenimenti nelle menti e nelle personalità dei protagonisti: Nothomb usa il grottesco delle storie per tirar fuori il grottesco dell'animo umano, le manie, le perversioni, le crudeltà più banali. Anche Acido Solforico non è da meno: il lager è il palcoscenico in cui si consumano le passioni più ambivalenti di odio-amore, i gesti più dignitosi e quelli più meschini. Non manca nemmeno la descrizione del desiderio, tema ricorrente dei suoi libri, quasi sempre personificato in figure di donne inarrivabili per bellezza, destinate a scatenare ammirazione e follia.

Tuttavia, in questo caso ho avuto l'impressione che dopo la rincorsa iniziale, la storia si afflosci sulla ripetitività degli episodi, che in definitiva rende ripetitiva anche la dinamica delle passioni espresse. Il colpo di scena finale poi si dispiega in una rassicurante morale che annacqua la tensione narrativa delle premesse iniziale e riconcilia gli estremi. Ma perchè? perchè non avere il coraggio fino in fondo di essere esecrabili?
Nel complesso ho avuto l'impressione che la scrittrice abbia voluto rappresentare l'orrore e si sia però sentita alla fine in dovere di spiegare bene la sua vera posizione, quella di chi prende le distanze da esso. Ma non è sempre necessario, a mio parere, in un contesto artistico come la letteratura, in cui non sempre il lettore è alla ricerca di un didascalico insegnamento etico.

lunedì 17 maggio 2010

I fari

Un lettore è un viaggiatore che tradisce e torna sui suoi passi.
Esplora nuovi paesi pieno di fiducia, nella speranza di trovare un nido dove potersi rifugiare e crearsi una propria cuccia.
Un lettore ama prendere temporanea dimora nelle storie che legge, entrare in confidenza con i personaggi descritti o muoversi in equilibrio perfetto sui ragionamenti espressi. Non sempre queste aspettative sono soddisfatte: la fine di un libro odioso può essere il sospirato ritorno da una convalescenza passata in ospedale, e molti lettori evitano questo fastidio esercitando il giusto diritto a chiudere il libro prima della sua fine e destinarlo ad usi più consoni, tipo accendere i ceppi nel caminetto. Ma le ultime pagine di un libro amato sono gli ultimi giorni di una bella estate, le ombre fugaci di settembre al mare prima di tornare a scuola.
Ma ci saranno nuove estati e nuove cucce.
Un lettore ama perdersi nei mari sconfinati, ma dopo un po' ricerca le sue coordinate, i fari all'orizzonte. Ognuno ha i suoi: sono gli autori preferiti, quelli che ristorano dopo tante delusioni, quelli da cui ti aspetti piacere e a cui sei disposto a perdonare qualche incertezza. Sono le concubine preferite, la ricetta della mamma, la canzone di sempre, il bar della colazione.
I fari aumentano nel corso degli anni, a volte si esauriscono, e un accorto lettore sa anche diversificarli a seconda della stagione dell'anima in cui si trova: mai avere come faro solo autori comici o narratori ottocenteschi o storie grottesche. Un faro è il luogo dove ci si rifugia o si rinfresca la mente in attesa di una nuova esplorazione. I miei sono:
  • Maupassant
  • Sciascia
  • Nothomb
  • Roth
  • King
  • i più recenti: Allende e Vargas

Benvenuti a Gruyères, mucche e sadismo

Immaginate un piccolo treno, con pochi vagoni attaccati alla locomotiva, che corre placido in mezzo all'erba punteggiata da piccole macchie gialle e rosse. Immaginate una bella giornata di sole, un'aria tiepida di primavera, senza impennate e increspature del cielo. Il treno si ferma in una piccola stazione e da lì, attraverso un sentiero facilmente percorribile battuto nell'erba, si sale in una cittadina dominata da un antico castello. Il sentiero è leggermente in salita, ma non si sente la fatica: gli occhi si riempiono della pace del posto, gli unici suoni sono le voci allegre dei bambini che si divertono a guardare le mucche pezzate che dormono sotto il sole, o osservano i passanti senza scomporsi, o semplicemente esistono là, in mezzo al prato.

Arrivati al borgo medievale, si apre davanti agli occhi una bella strada lastricata di grosse pietre, pulite e splendenti, e attorniata dalle graziose terrazze dei ristoranti e bar. Ogni terrazza splende per i colori dei vasi di primule rigogliose che adornano le balaustre. La gente passeggia felice: le coppie - per lo più anziane - si tengono per mano, quelle più giovani controllano amorevolmente i bambini che corrono lungo la strada che ora si è fatta piazza, aprendosi allo sguardo.

A controllare questo piccolo paradiso le montagne. Sontuose, austere, imponenti: i monti della Svizzera circondano il borgo del castello in un abbraccio che non ha nulla di soffocante e minaccioso. Tra le loro cime ancora qualche sprazzo di neve, che resiste tenace ad una primavera che quest'anno si mostra poco aggressiva e mordace.

Ad un tratto però l'assurdo. Tra le casette infiorate e i negozietti di artigianato locale appaiono delle forme difficili da decifrare. Attraverso la vetrata di un locale si vedono persone sedute colonne vertebrali piegate in modo innaturale, all'interno di un antro dal vago sapore clericale, ma robotico e organico allo stesso tempo. Di fronte al bar si stagliano statue di esseri vagamenti umani ma deformi ed inquietanti: sono i primi segnali del Museo Giger, dedicato all'artista - scultore, disegnatore, regista - che ha realizzato i mostri di Species II, l'arredamento del film Dune e soprattutto le astronavi e il mostro di Alien, per cui vinse l'Oscar.

Chiariamo sin dall'inizio: non è roba per tutti. Giger non è semplicemente il disegnatore di una delle creature fantasy più osannate dalla storia dello sci-fi, protagonista senza parole di una saga di capolavori (almeno i primi due) che probabilmente avrebbero perso la metà del loro fascino senza l'estetica decadente e morbosa del "alieno" dalla testa oblunga.
Giger è anche lo scrittore del Necronomicon, da cui prese spunto per creare graficamente l'universo di Alien di Ridley Scott, uno dei massimi esponenti della corrente del Realismo Fantastico e soprattutto l'artista con la fantasia più estrema che mi sia capitato di vedere. Come definire l'arte di Giger? Dark, gotica, crudele, heavy, macabra, disturbante... per dare un'idea.

Ma è anche di più: satanismo, citazioni di De Sade, cyberpunk, biologia, horror e fantasy, oltre a indubbie influenze dall'inconografia cristiana, tutto questo triturato in un insieme perverso e barocco in cui è difficile distinguere l'organo dal metallo. Giger nutre i suoi esseri con il latte del fantasy, ma il suo mondo dista anni luce da Pandora o dalla Terra di Mezzo. Tra i suoi aborti deformi e le sue gabbie di ferro non c'è spazio per le montagne sospese nel vuoto o per le fate dalle ali liberty; al contrario, dominano visi e corpi deformati e straziati dall'innesto crudissimo dell'erotismo dell'inorganico e le figure femminili sono altere regine di imperi fatti di teschi e di penetrazioni devastanti.
Nulla viene risparmiato e nessun tabù viene evitato: ci sono donne con la testa di caprone satanico che mostrano oscenamente il sesso, sevizie di ogni genere, organi umani impossibili e senza alcun altro scopo se non quello di prestare servizio al piacere di una fantasia perversa.
Un libro per saperne di più dell'erotismo uomo-macchina-cosa: Il sex appeal dell'inorganico di Mario Perniola.

martedì 4 maggio 2010

Pioggia e sorrisi

Niente da fare, mi devo arrendere.

Abbandono le speranze di vivere una bella primavera gialla di sole, abbandono la vanagloria di macinare pagine su pagine la sera prima di andare a dormire, abbandono i buoni propositi di andare a dormire presto..le piogge a Milano sono tende che non si riescono ad aprire, le mie serate si allungano e vivo con i libri rapporti carnali appassionati ad intermittenza.

Che la sconfitta però sia almeno dolce come uno stordimento: e quindi accetto lo stato di concentrata sonnolenza durante il giorno e l'occhio vigile di notte a guardare la finestra dalla luce rosa che mi saluta dall'altra parte della strada.

Che vada così, io mi lascio trasportare: aver finalmente lasciato una situazione di pantano mi ha liberato le suole da catene immaginarie ma non meno costringenti. Mi piace quello che ho intorno a me e anche quando non mi piace sorrido ugualmente.

Unico importante impegno: terminare Vargas prima di luglio, in modo da essere preparata a Parigi...

mercoledì 21 aprile 2010

Con grande fatica sono riuscita a finire il libro di Jacques Séguéla "Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario...lei mi crede pianista in un borderllo". Lui è uno dei pionieri della pubblicità di stampo europeo, ed ha firmato alcune delle campagne più importanti e famose dagli anni 70 in poi. Nel corso della sua carriera ha lavorato con Salvador Dalì, Jacques Prévert, Sylvie Vartan, oltre all'antologia dei giornalisti francesi. Il libro ripercorre circa 20 anni della sua vita, dagli inizi della sua carriera fino al 1980, quando la sua agenzia diventò la RSCG: questo libro è una via di mezzo tra l'autobiografia e il saggetto di teoria pubblicitaria.

Ovvio per ovvio, questo libro lo consigliò il professore di tecnica pubblicitaria durante una lezione, ed in effetti chi si occupa di amenità legate al mondo della comunicazione dovrebbe riuscire a leggerlo. Séguéla più che insegnare qualcosa partorisce degli slogan ad ogni pagina e, fedele alla fama delle sue campagne, non si risparmia l'autocompiacimento e il divertimento pieno di ironia per gli status symbol della sua professione, non risparmiando gli aspetti meno edificanti del mondo della pubblicità. Uno per tutti la passione di Dalì per la moneta sonante, la maleducazione di Brigitte Bardot, il gusto dello stesso autore di saltare da una donna all'altra (alla fine del libro si contano già 3 matrimoni), la sua vanità. Ma nel complesso il tono è quello della grande avventura, piena di paure, passi falsi, trionfi e insuccessi: il suo mondo è descritto con uno sguardo affettuoso e adorante e i suoi compagni di viaggio di questa avventura sono i pirati di un mondo che negli anni 70 era ancora vergine.

giovedì 8 aprile 2010

Pigrizia e nequizia e liquirizia

La Spagnizzera è stato micidiale per la mia salute FISICA inverno-primavera 2009-2010...non ho memoria di un naso e di una bocca tanto screpolate: sto passando la giornata a cospargermi sulle labbra delle ignobili cere isolanti e idratanti, con la speranza che la sensazione di spaccatura cessi.



Ma a parte ciò, mirabolandia. Mi sono divertita, rilassata, stancata di camminate e di arte, fatta abbagliare dalla luce sui palazzi, sull'erba, sui viali, sui laghi e sulle montagne innevate...ho mangiato, discusso, riso, camminato tantissimo, fatto le file, sentito musica e dormito sull'erba.



In compenso non ho letto mezza riga del libro che mi ero portata, la biografia di Jacques Seguéla: devo dire che, come qualche mese fa, nei momenti di passaggio della mia vita il mio impegno intellettuale diventa quello di Crusty il Clown:
  • no libri, ma ho due zattere su cui approdare: i miei fumetti (che però richiedono anche loro una certa concentrazione) e Stephen King, che scorre come l'aria sul motorino.
  • no filmoni: l'ultimo visto è Dragon Trainer ed è abbondantemente nello standard di complessità accettabile. Inoltre, sotto le lenti 3D, mi sono anche commossa con lacrimuccia. Non mi dispiacerebbe vedere qualche horror, ma ho notato che per molti amare questo genere è come giocare ai giochi di ruolo: ad una certa età ti senti troppo grande e troppo scemo e smetti di vederli.
  • no mostre d'arte: a Madrid non ne potevo fare a meno, ma ciondolavo per il Reina Sofia come un lombricone (non ero sola però, c'era il lombrico filosofo)

Sarebbe allora il momento giusto per iniziare a muovermi di più, ed in effetti mi sento piena di energia. Purtroppo il mal di gola e il raffreddore (vedi inizio post) non mi permettono nemmeno quello.

Insomma, finito il lavoro mi annoio un po': magari potrei curare i miei fiorellini?

mercoledì 7 aprile 2010

Carosello

Pausa del blog dovuta alla Pasqua, un nuovo lavoro, la Svizzera e un raffreddore bastardo.

lunedì 22 marzo 2010

Sfizzera!

Il viaggio per Ginevra corre senza troppi problemi, a parte la compagnia della signora Rosanna, vivace vecchietta di Cesena in trasferta in Svizzera per trovare il figlio, informatico del Cern.

La Rosanna, vispa come un grillo per tutto il viaggio,subito mi sceglie come compagna di viaggio affidabile in caso di sventure, per cui guarda con apprensione qualsiasi mio gesto inaspettato. Sembra la lucina rossa dell'antifurto che avevo in casa da bambina: se entravi nella stanza e ti muovevi, la luce si accendeva, ma se rimanevi fermo si spegneva. Uguale la Rosanna : qualsiasi banalissimo movimento che io faccia - spostarmi sul fianco sinistro o destro, prendere il libro dalla valigia - desta in lei una curiosità inaudita. Incomincia a guardarmi con occhietti di faina, fino a spegnersi quando smetto di muovermi.
La sua conversazione è convulsa e singhiozzante: per la prima ora e mezza non spiccica parola- ma mi guarda insistentemente - poi inizia a parlarmi del figlio, della Svizzera, dei laghi, di quant'è brutta Milano...senza sosta e alternando curiosamente il lei al tu. Io sorrido di circostanza e mi vorrei anche isolare, ma mi è chiaro che per depistare quegli occhietti a punta di spillo l'unica soluzione potrebbe essere fingere di cadere in un sonno simile alla morte, cosa che faccio nell'ultima ora di viaggio.

Ginevra mi sorprende un po': mi aspetto una cittadina pulitina e scialba, invece mi ritrovo su un autobus pieno di ragazzoni rumorosi, ma che soprattutto era stato da poco territorio di rigettate vomitose da parte di qualche simpaticone del venerdì sera. Le strade non sono così pulitine e linde come tutti - la Rosanna in primis - mi raccontavano: è chiaro che il fine settimana anche là lascia il suo aspetto stropicciato, per fortuna. Anche sulla scialbezza mi sono ricreduta: la città è molto carina, ha un bel centro storico e il panorama con il lago è bellissimo.
Il lusso e la grande marca urlata dominano lo scenario del centro: arrivando dalla stazione le prime luci che vedo sono le scritte gigantesche ROLEX e MONT BLANC, e l'impressione generale è che, per questi grandi marchi, in una città come Ginevra conti più l'esibizione dell'esserci come logo, che la reale presenza.

Al contrario, nel quartiere della stazione è tutto ancora aperto fino a tardi: le facce incontrate sono multieniche, i ristorantini sono tantissimi e molto più a buon mercato del previsto. A differenza della zona dei negozi, l'atmosfera si fa familiare, ci si guarda alle spalle e si avverte il senso di pericolo che deve avere ogni buon quartiere intorno alla stazione dei treni nel mondo.

Come sempre, viene confermata dentro di me l'idea controcorrente che in Italia si lavori tantissimo: il ginevrino chiude bottega alle sei e trenta, anticipa anzi alle cinque di sabato e non concepisce lontanamente di lavorare di domenica. Tant'è che i commercianti che lavorano nel mercato all'aperto della domenica sono calabresi (che vendono accessori per i telefonini made in China), piemontesi e al massimo svizzeri italiani. Dopo due parole di francese, vengo umiliata dai venditori, che mi iniziano a rispondere in perfetto italiano.

Al ritorno in treno sono sola e tutta contenta finisco l'Uomo a rovescio di Vargas. Mi faccio cullare da una storia di lupi, di montagne a sud della Francia, un po' diversa dalle solite avventure del commissario Adamsberg.

Un pò meno contenta a Milano di rincontrare la mia amica della domenica o del lunedì sera, l'insonnia.

mercoledì 17 marzo 2010

Sussurri e grida e sbadigli

Quando dormo sola in realtà non dormo, ma mi muovo a singhiozzo tra il sonno e la veglia.

Sussulto ad ogni suono, dentro e fuori casa, e alla fine crollo verso le 6.00.

Questo dato autobiografico mi fa riflettere sulla scelta dei libri: devo trovare qualcosa che non mi agiti ulteriormente, quindi in pratica bandire zombie, figli dei vampiri, serial killer, segnali dell'apocalisse annunciati in cielo e criminali metropolitani: ovvero tutti i fumetti che leggo, Almanacco dei Paperi a parte.

Eliminare anche la Francia e Parigi pullulanti di assassini dei romanzi di Vargas; elimitare i romanzi gotici; eliminare storie di lutti, perdite, abbrutimenti umani e ragazzi perduti; eliminare romanzi di pessimismo cosmico e corteggiamento con la morte; insomma, eliminare l'80% della mia libreria.



Dopo un'attenta analisi, oltre al già citato Almanacco e considerato che fine ha fatto l'ultimo libro leggero che cercavo di leggere (vedi parentesi africana) rimangono:


  • Le guide turistiche di Barcellona e Berlino (Londra no, troppo frenetica e modaiola)

  • L'impianto urbano della città romana della Magna Grecia dell'Esimio Professor Sirago

  • Rileggere Zia Mame

Oppure tirare fino a tardi con uno dei libri oscuri e addormentarmi per sfinimento.


mercoledì 10 marzo 2010

Libro e film

Dopo la parentesi africana, brevissima e deludente, rieccomi sui miei passi con L'uomo dei cerchi azzurri di Fred Vargas.

E' il primo romanzo in cui compare il commissario Jean-Baptiste Adamsberg e questa informazione è il punto di partenza per comprendere il romanzo. Per chi come me ha iniziato a leggere Vargas dagli ultimi romanzi, questa prima storia può essere deludente. C'è pochissima azione, la trama è molto essenziale e prevalgono soprattutto i personaggi, la loro "urgenza" di presentarsi al pubblico.
Adamsberg si inserisce nelle popolate file dei protagonisti dei noir seriali, genere esplorato praticamente da tutti i media: fumetti, libri, film, telefilm... Entrando in un territorio già iperpopolato, è necessario definire dall'inizio i propri numeri, per non cadere nell'oblio delle opere prime senza successo. Il romanzo avvince per i suoi protagonisti, per l'atmosfera malinconica creata dai loro gesti e dialoghi- tutto il resto è un supporto, un pretesto per farli muovere.
Prima di tutto Parigi, strappata con vigore da tutte le cartoline: Vargas ci parla di viuzze secondarie, di topaie in quartieri defilati, di interni di commissariati e di bistrot anonimi.
Non ci sono tramonti rosati, ponti sulla Senna, giardini, viali scintillanti. Non ci sono nemmeno lacrimoni, melodrammi, sentimentalismi: tutto il cliché della Ville Lumière è bello che assente.

Ovviamente non potevano farsi scappare la possibilità di trasformare i romanzi in film: questa è una cosa che ho notato in Erasmus ed anche dopo, e che ho visto molto presente in Francia. Gran parte della produzione culturale letteraria francese viene fagocitata e ridigerita dalla televisione e dal cinema in modo repentino, molto prima che in Italia. Sembra che il pubblico francese acceda ai libri se riesce a riconoscere nelle facce degli attori nazionali i protagonisti dei romanzi.
Questo è il link del film - di Claude Chabrol - a cui sono già seguiti i capitoli successivi (che io non ho ancora letto):
http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=59247

domenica 7 marzo 2010

Happy birthday, Mr Professor

Una nota personale degna di essere postata.

L'esimio professor Sirago è arrivato a 90 anni, numero che incute rispetto e tensione anche nei bassi napoletani. Il 28 sono le zizze, il 42 è o' ccafè, ma 90 è la paura.
90 anni vissuti sopra ai libri, con il rigore e la disciplina che derivano dell'amore per quello che si fa.
Non ti auguro di vivere altri 20 anni: ti auguro di vivere insieme a questo stesso amore per tutto il tempo che ti è ancora concesso, che sia 1, che siano 10, che siano 20.
Ti auguro di allontanare i pensieri più tristi che inevitabilmente ti colgono, e di vivere la malinconia dei tuoi anni con sguardo pulito e chiaro, come sempre fai,

Saluti e ringraziamenti da O' Alexandròs, Gaia Placidia la Nobilissima, Giulio Cesare, Nerone e da luoghi sconosciuti ma di grande impatto per lui e per me come S.Pietro, la casina al mare-campagna della mia infanzia, Grumo Appula, il collegio di Vico Equense, Bruxelles, Pau e Sessaurunca.
You cool!


venerdì 5 marzo 2010

Insieme a te non ci sto più

Decisione presa, il colpo di scure è caduto.

Il libro africano è pronto per l'abbandono: troverà mani migliori, e menti più disponibili.
L'abbandono avverrà lunedì, non so quando nè dove.

Torno per un po' a Fred Vargas, per riconciliare il cervello e dimenticare le zucche, i pantaloni kaki e i sermoni della domenica.

mercoledì 3 marzo 2010

Pensieri e parole (troppe)

Un'altra perplessità di lettura.

Mi sono imbattuta in un libricino molto curioso, qualche tempo fa. Si tratta di Un gruppo di allegre signore di Alexander McCall Smith, uno scrittore di origini scozzesi, nato e cresciuto in Zimbabwe. Mi ha colpito la freschezza della trama descritta in quarta di copertina e l'origine così particolare dello scrittore. Da poco l'ho preso in mano e la reazione ai primi capitoli è stata la delusione: pagine e pagine di descrizioni minute, da quello che cucinerà la protagonista, la detective Precious Ramotswe all'intera trascrizione del sermone della chiesa.

Inoltre, ho l'impressione che il senso generale di raccontino edificante mi accompagnerà per tutto il romanzo: ci sono digressioni sull'Africa, sui cambiamenti che l'hanno coinvolta negli ultimi decenni, e sulla difficoltà di mantenere saldi i valori di rispetto comunitario e accoglienza di una volta.

A parte queste lezioncine, la trama finora è piuttosto scarna, sembra la cronaca noiosetta di una giornata banale della amabile Ramotswe, quello che dice, il thè che beve, come si cucina la zucca ecc ecc.

Mi sembra un pò poco per scrivere un libro: tra l'altro anche il risveglio di un individuo può essere raccontato in decine di pagine, come ha fatto Proust, ma deve esserci una struttura almeno intenzionale sotto. Invece queste mi sembrano le telefonate tra me e mia mamma giornaliere, interessanti solo per noi due (e spesso nemmeno per noi due).

Ho sospeso per ora il giudizio, aspetto di andare ancora un po' avanti per decidere se continuare o abbandonare il tomo nella metro di Milano all'attenzione di qualche lettore più entusiasta di me.

lunedì 22 febbraio 2010

Sempre a proposito del Giappone

Piccola digressione fuori dal contesto libresco.
A conferma della perplessità che mi suscita il Giappone, invito a vedere ICHI THE KILLER (Koroshiya Ichi) di Takashi Miike, concentrato sublime di splatter puro, violenza, disadattamento e perversione sessuale della mente nipponica. Su youtube è stato ovviamente possibile recuperare solo il trailer, ma un'idea la dà.
http://www.youtube.com/watch?v=coiVr5Pl4-s

mercoledì 17 febbraio 2010

Daniel Pennac? Sarà...

Giornata stancante.

Finito La prosivendola di Daniel Pennac: vivace, divertente, anche se sotto sotto Monsieur Malaussene non mi sta tanto simpatico. Per questo motivo non riesco a leggerlo tutto d'un fiato, e nemmeno riesco a prendere in mano più libri della saga a distanza ravvicinata. Dall'ultimo libro di Pennac sono passati più di 5 anni: perchè? Perchè un pò mi annoia. Mi annoiava prima, quando avevo meno riferimenti con cui fare degli involontari paragoni e mi annoia ora, che ho qualche puntello in più. Che peccato però, vorrei essere di quei lettori che si lasciano affascinare dalle vicende surreali del capro espiatorio di Belleville, dalla prosa lieve che vuole cullare chi legge e dal tono poetico di un'umanità sospesa tra irrealtà e cronaca nera: invece sono inchiodata, impiombata, inzavorrata sulla mia pesantezza e, dopo aver iniziato un libro di Pennac, mi viene in mente un unico aggettivo al suo stile: decorativo. E un pò noioso.
Decorative le sue metafore, i suoi personaggi.
Sarà che Pennac in realtà si chiama Daniele Pennacchioni?
Sarà che ho squarciato il velo di Maya della mia innocenza?
Sarà che come lettore sono una vecchia baldracca, senza più un briciolo di verginità e di candore?

Però però..oggi sono stanca: mi do qualche giorno per pensarci su.

lunedì 8 febbraio 2010

Metti una pomeriggio di febbraio..

Va bene, io non sono Nanni Moretti, non ho una Vespa e non vivo a Roma.

Però metti una sera....i livelli di PM10 altissimi e il freddo tagliamani che non riuscono a sconfiggere un'ostinata domenica pomeriggio invernale che vuole essere bella; i sensi unici che mi obbligano ad allungare di 5 km il ritorno a casa; la freschezza di una stupenda mostra appena vista in compagnia di una vecchia amica; una buona dose di fatalismo che tutto questo poteva avere un significato positivo, per me guidatore tuttosommato di un motorino; insomma, metti una sera in cui mi sento un pò in Caro Diario e mi diverto a guardare i palazzi e gli interni di Milano.

Mi lascio il centro alle spalle: negozi, negozi, gruppi di ragazzi in coda fuori ai negozi, gente che avanza dai negozi brandendo come trofei le shopping bags. Via via, scappa da questo budello di gallerie-vetrine, attenta al senso unico, alla zona a traffico limitato, qua le multe piovono come le sputazze nei tram!

Già a Corso Venezia le scene cambiano: molti più i negozi chiusi e la gente in giro per la strada sembra cogliere un pò che passeggiare non deve fare per forza rima con comprare. Ai Giardini Montanelli finalmente la domenica mi saluta con la sua faccia internazionale: le famiglie, il parco, i bambini. Porta Venezia è il primo quatiere in cui si respira l'aria della gente normale, quella che la domenica fa la fila al Planetario per far vedere ai bambini le stelle e la luna. Anche lo sguardo si distende e rilassa davanti ad una strada degna di questo nome.
Alla prima curva mi ritrovo su Viale Majno: ingressi con giardino introducono a case monumentali. Le facciate sono piene di finestre illuminate, in cui si guarda la televisione e si vive a Milano. Le vetrate sono assediate dalle piante rampicanti, ora un pò rinsecchite nel freddo di febbraio, ma decise a mantenere le loro posizioni: eleganti piovre in attesa di maggiori caldi per espugnare le fortezze di vetro.
Dopo un minuto costeggio una chiesa, incastrata tra le case che quasi non la vedevo, e vedo uscire i fedeli dell'ultima messa della giornata: anche in quella vita recupero un pò di banale calore, di routine indiscusse e di piccole serenità dentro Milano.
Il quartiere procede riempiendosi dei vestiboli della vita gioiosa dentro i bar, pizzerie, ristoranti, fino all'arco di Piazza Medaglie d'Oro. Di là la strada dove vivo io, nata probabilmente da stratificazioni di sensibilità diverse, perchè diverso è ogni isolato. Ristoranti regionali e casette basse con portoncini di legno precedono un albergo cubo dove l'unica possibile attività è spegnere la luce e cadere nel sonno più profondo; una piazza abnorme con monumento permette di guardare le stelle dopo 300 m di sanpietrini dissestati.
E io cammino lenta a faccia in sù, guardando le facciate dei palazzi.

giovedì 4 febbraio 2010

L'abisso guarda dentro di noi - Il sospetto di Friedrich Durrenmatt

"Si muore" pensò "una volta o l'altra si muore, in un certo anno, come le città, come i popoli e i continenti. Si crepa." pensò "questa è la parola giusta: crepare - e la terra continuerà a girare attorno al sole, lungo la sua orbita identica da sempre, leggermente inclinata, cieca e spietata, in una corsa folle e silenziosa, per sempre. Cosa importache questa città continui a vivere oppure che la superficie grigia e inanimata delle acque ricopra tutto, le case, le luci, i campanili, la gente - erano le onde di bronzo del Mar Morto quelle che ho visto agitarsi oltre il buio della neve e della pioggia, quando siamo passati sul ponte?"

Appena terminato Il Sospetto, di Friedrich Durrenmatt: apparentemente la più classica delle storie poliziesche - un anziano commissario gravemente ammalato inizia a sospettare dell'identità di un importante primario di una clinica svizzera, stranamente identico a un medico nazista ritratto sulla rivista Life mentre opera senza anestesia. Da qui un'indagine nella quale rischierà la vita.
In realtà, ci si accorge già alla seconda pagina che l'impalcatura noir è un pretesto per sviscerare il nero profondo dell'animo umano e costringere il lettore a confrontarsi con gli orrori dell'esistenza: il dolore, la malattia, la morte, l'assurdità del credere. Il medico aguzzino bersaglio del sospetto del commissario ci descrive alla perfezione la lucida e agghiacciante logica del nichilismo morale: l'uomo è solo materia ed energia, fuggevole in un istante, e in quell'istante l'unico valore - immeritato anch'esso - a cui aggrapparsi è la libertà del delitto.
Al di là della vicenda narrata e della modalità in cui si sciolgono i nodi narrativi, la storia comunica la volontà impietosa dell'autore di svelare il putrido "frutto bacato" che è il mondo: la stessa scelta di genere narrativo è indizio di un profondo pessimismo nei confronti delle umane vicende. Il romanzo poliziesco, con le regole che impone alla storia raccontata, è una dolente costruzione retorica fittizia del reale, incapace di spiegare l'abisso dell'esistenza.

Devo dire, un bella revolverata a qualunque moto d'ottimismo: un libro che lascia un forte sentimento di disagio. Ho cercato di leggerlo nelle condizioni di maggiore confort possibile: a letto, illuminata da una lampada calda, sotto il piumone, Nonostante questi accorgimenti, in certi momenti mi sono sentita trasportare nelle stanze d'ospedale color metallo, o nelle mattine bianco livido della Svizzera.
Un libro da consigliare nei momenti di esagerata esaltazione ottimista da disturbo bipolare.

lunedì 25 gennaio 2010

Vargas, il noir surreale

Mi appassiono ad un libro - e spesso ad un autore- quando vengo trascinata violentemente nell'universo descritto, che sia romantico, fantascientifico o demenziale. Posso anche sorbirmi pagine e pagine di descrizioni sul procedimento di conciatura dei guanti - Pastorale Americana, Philiph Roth - o sulla fauna degli insetti dell'isola di Corfù - La mia famiglia e altri animali, Gerald Durell - se il testo mi fa "respirare". Può anche essere aria stantia, claustrofobica, ma una bella storia si incunea nella tua vita quotidiana e ti impedisce semplicemente di fare a meno di lei: a quel punto vivi il libro, come si vive la vita reale, sciroppandosi anche i momenti noiosi perchè è c'est la vie.

In altri casi, un libro amato è un libro che mi lascia senza fiato e mi scardina qualche fortezza mentale di cui purtroppo sono piena. Sentirsi esaltare dal gusto della scrittura, godere del piacere di una frase sofisticata, di una epifania speciale...A quel punto mi comporto come un'innamorata ai primi appuntamenti: passo sopra qualsiasi difetto.
Un caso di questo tipo è quello che mi sta succedendo con Fred Vargas: so benissimo che sono romanzi gialli best seller, che i personaggi e le dinamiche tra loro sono molto ripetitive, che l'autrice si ripete.
Ma ci sono gli elementi irresistibili della letteratura di genere per eccellenza, il noir: gli indizi utili ed inutili mischiati per il piacere del lettore, l'attrazione per le anime torbide, il disincanto verso l'umanità. L'ingrediente in più? Tanto per fare un parallelo con un altro grande autore francese, associato per amor di semplificazione alla letteratura poliziesca - George Simenon - tanto il tono dei suoi romanzi è malinconico e vagamente deprimente, tanto Fred Vargas attinge da un altro elemento della storia culturale francese: la sensibilità verso il dialogo surreale, le associazioni libere di significato, la scrittura evocativa.

martedì 19 gennaio 2010

Disclaimer

Il blog di tanto in tanto langue perchè non tutto ciò che leggo ci finisce dentro.

Ci sono libri che mi annoiano, o semplicemente, mi intrattengono prima di andare a dormire senza lasciare nessuna traccia particolare.
Ci sono periodi di lavoro intenso che mi risucchiano le energie e alla fine della giornata mi permettono al massimo di aprire i miei angeli consolatori, ovvero Dylan Dog, Julia, Dampym, da poco Caravan, Topolino e Paperino.

Qualche pensiero sul Giappone

Più di un amico è andato in vacanza in Giappone.
Ho ascoltato descrizioni entusiaste di treni di Tokyo sospesi a 300 all'ora, di gabinetti con bidè incorporato dai quali si espande musica classica, di giapponesi sensuali e fumettose, di pulizia impeccabile ovunque e soprattutto del felice matrimonio tra efficienza e divertimento che sembra la costante di ogni racconto.

Purtroppo la mia personale idea della società giapponese è inquinata da più di un'esperienza "culturale", se così si può dire. La mia attrazione per il cinema horror mi permette di sapere che fucina di morbosità e di follia è il mondo nipponico, ma su questo posso anche sorvolare. Quello che è meno noto probabilmente è l'attenzione nei confronti del suicidio come fenomeno sociologico, materia ricca di spunti per molti prodotti l'industria culturale: reportage - http://www.youtube.com/watch?v=rPYp9vABh9Y&translated=1 - manga e cinema.

Tra i film segnalo Suicide Circle, del 2002, primo episodio del regista Sion Sono di una trilogia sull'alienazione della società giapponese. Gli amanti dello splatter non possono perdersi la scena iniziale del treno - http://www.youtube.com/watch?v=0n0NCqOKY-M.

Uscendo dal panorama autoctono, di recente ho finito di leggere un libro che mi aveva incuriosito da tempo: Stupore e tremori di Amélie Nothomb. Durante un soggiorno in Francia avevo letto molti altri libri della stessa autrice, colpita dall'eleganza della lingua e dalla sua capacità di scovare la morbosità che domina i rapporti umani più banali. Questo è il libro più autobiografico della Nothomb: la giovane Amèlie, belga nata in Giappone da una famiglia di ambasciatori, torna alla sua adorata patria natia con un impiego come interprete in una enorme società di import-export. La sua perfetta conoscenza della lingua e dei costumi nipponici non le impedirà di venire schiacciata dalle regole assurde che dominano il mondo del lavoro in Giappone: assoluta fedeltà, rispetto ferreo delle gerarchie (anche se questo va contro il comune buon senso), annullamento dell'individuo rispetto al benessere dell'azienda. A poco a poco inizia il suo declino: il suo essere occidentale la porta a compiere continuamente gaffes, ad essere sempre imbarazzante (poco ci vuole: basta uno starnuto, gesto considerato estremamente disdicevole), fino a farsi considerare completamente demente. Da interprete diventa in breve la pulitrice dei bagni, ma Amélie si comporta da vera giapponese non rassegnando le dimissioni fino alla scadenza del suo contratto.
Il libro scorre velocissimo: il tema drammatico viene sviluppato con un'ironia ed autoironia
taglienti che non permette al lettore di provare pietà per l'eroina.
Da questo libro è stato tratto un film nel 2005 con lo stesso titolo, purtroppo non distribuito in Italia.

Godetevi il Giappone, adesso!

venerdì 15 gennaio 2010

Amabili resti - ALICE SEBOLD

Da poco è cominciato un altro anno finora sono stata testimone di innumerevoli sfighe accadute intorno a me. Non solo di proporzioni cosmiche - terremoto ad Haiti - ma anche piccole tragedie domestiche e quotidiane, che rovinano la giornata, la settimana, il mese alla gente qualunque.
Mi sento un anello di negatività intorno a me che si stringe e spero di sfilare la testa prima che sia troppo tardi.
Sarà per questo che mi sono affidata completamente all'istinto nella prima lettura iniziata nel 2010: Amabili resti, di Alice Sebold. A inizio febbraio uscirà il film di Peter Jackson, e devo ammettere di essere stata colpita dal trailer al punto da decidermi a comprare il libro e leggerlo.
La storia, in breve: Suzie ha 14 anni, è un'adolescente della provincia americana, con le famiglie che vivono nelle villette, le ragazzine che a scuola si trovano il boyfriend e tutto il resto. Poco prima di Natale, il 6 dicembre 1973, viene brutalmente assassinata, dopo aver subito una violenza carnale, e tagliata a pezzi. Il bruto è un suo vicino di casa, un omino qualunque (ma pluriomicida, si scopre nel libro), insospettabile. Dopo la sua morte, Suzie rimane sospesa in un mondo meraviglioso a metà tra l'oblio definitivo della morte e la vita: un "mondo di mezzo", da dove è impossibile intervenire o apparire attivamente sulla Terra, ma da dove Suzie può guardare lo svolgersi delle vite delle persone a lei care, prima spezzate dalla perdita e poi, a poco a poco, ostinate nella volontà di sopravvivere al dolore. Dal suo palco, Suzie rimane sempre la dolce adolescente morta appena si apprestava ad entrare nella vita adulta, mentre tutto tra i vivi cambia: la sua sorellina cresce, si innamora, i suoi genitori si separano e il suo assassino, nonostante i sospetti del padre, rimane impunito.

Amabili resti parte come thriller, con venature horror, per diventare un racconto sul concetto della "perdita". Questa volta la perdita è reale, si parla del lutto di una persona casa, relegata in un luogo da dove non potrà più tornare. Se le premesse e la storia potrebbero suggerire un tomo deprimente e macabro, in realtà questo pericolo è scongiurato dalla scelta di Suzie stessa come voce narrante in prima persona. Nonostante un finale che spezza l'incanto emotivo della dolce comunicazione tra la ragazzina e il lettore, lo spirito vivace dell'adolescente conferisce entusiamo e leggerezza ai momenti più tragici, come la sua stessa morte, strappo violento e crudo dal caldo del corpo e degli affetti. Questa levità narrativa impedisce al lettore di cogliere alcun invito a lasciarsi affascinare morbosamente dalla dolcezza della morte. Dalla rabbia per l'omicidio e per la fuga dell'assassino ci si addentra nel territorio più intimo dello struggimento, a volte insostenibile, che la persona perduta porta con sé, fino alla consapevole ineluttabilità di una vita - e di un'immagine - interrotta, che la memoria di chi resta non può modificare.