lunedì 17 maggio 2010

I fari

Un lettore è un viaggiatore che tradisce e torna sui suoi passi.
Esplora nuovi paesi pieno di fiducia, nella speranza di trovare un nido dove potersi rifugiare e crearsi una propria cuccia.
Un lettore ama prendere temporanea dimora nelle storie che legge, entrare in confidenza con i personaggi descritti o muoversi in equilibrio perfetto sui ragionamenti espressi. Non sempre queste aspettative sono soddisfatte: la fine di un libro odioso può essere il sospirato ritorno da una convalescenza passata in ospedale, e molti lettori evitano questo fastidio esercitando il giusto diritto a chiudere il libro prima della sua fine e destinarlo ad usi più consoni, tipo accendere i ceppi nel caminetto. Ma le ultime pagine di un libro amato sono gli ultimi giorni di una bella estate, le ombre fugaci di settembre al mare prima di tornare a scuola.
Ma ci saranno nuove estati e nuove cucce.
Un lettore ama perdersi nei mari sconfinati, ma dopo un po' ricerca le sue coordinate, i fari all'orizzonte. Ognuno ha i suoi: sono gli autori preferiti, quelli che ristorano dopo tante delusioni, quelli da cui ti aspetti piacere e a cui sei disposto a perdonare qualche incertezza. Sono le concubine preferite, la ricetta della mamma, la canzone di sempre, il bar della colazione.
I fari aumentano nel corso degli anni, a volte si esauriscono, e un accorto lettore sa anche diversificarli a seconda della stagione dell'anima in cui si trova: mai avere come faro solo autori comici o narratori ottocenteschi o storie grottesche. Un faro è il luogo dove ci si rifugia o si rinfresca la mente in attesa di una nuova esplorazione. I miei sono:
  • Maupassant
  • Sciascia
  • Nothomb
  • Roth
  • King
  • i più recenti: Allende e Vargas

Benvenuti a Gruyères, mucche e sadismo

Immaginate un piccolo treno, con pochi vagoni attaccati alla locomotiva, che corre placido in mezzo all'erba punteggiata da piccole macchie gialle e rosse. Immaginate una bella giornata di sole, un'aria tiepida di primavera, senza impennate e increspature del cielo. Il treno si ferma in una piccola stazione e da lì, attraverso un sentiero facilmente percorribile battuto nell'erba, si sale in una cittadina dominata da un antico castello. Il sentiero è leggermente in salita, ma non si sente la fatica: gli occhi si riempiono della pace del posto, gli unici suoni sono le voci allegre dei bambini che si divertono a guardare le mucche pezzate che dormono sotto il sole, o osservano i passanti senza scomporsi, o semplicemente esistono là, in mezzo al prato.

Arrivati al borgo medievale, si apre davanti agli occhi una bella strada lastricata di grosse pietre, pulite e splendenti, e attorniata dalle graziose terrazze dei ristoranti e bar. Ogni terrazza splende per i colori dei vasi di primule rigogliose che adornano le balaustre. La gente passeggia felice: le coppie - per lo più anziane - si tengono per mano, quelle più giovani controllano amorevolmente i bambini che corrono lungo la strada che ora si è fatta piazza, aprendosi allo sguardo.

A controllare questo piccolo paradiso le montagne. Sontuose, austere, imponenti: i monti della Svizzera circondano il borgo del castello in un abbraccio che non ha nulla di soffocante e minaccioso. Tra le loro cime ancora qualche sprazzo di neve, che resiste tenace ad una primavera che quest'anno si mostra poco aggressiva e mordace.

Ad un tratto però l'assurdo. Tra le casette infiorate e i negozietti di artigianato locale appaiono delle forme difficili da decifrare. Attraverso la vetrata di un locale si vedono persone sedute colonne vertebrali piegate in modo innaturale, all'interno di un antro dal vago sapore clericale, ma robotico e organico allo stesso tempo. Di fronte al bar si stagliano statue di esseri vagamenti umani ma deformi ed inquietanti: sono i primi segnali del Museo Giger, dedicato all'artista - scultore, disegnatore, regista - che ha realizzato i mostri di Species II, l'arredamento del film Dune e soprattutto le astronavi e il mostro di Alien, per cui vinse l'Oscar.

Chiariamo sin dall'inizio: non è roba per tutti. Giger non è semplicemente il disegnatore di una delle creature fantasy più osannate dalla storia dello sci-fi, protagonista senza parole di una saga di capolavori (almeno i primi due) che probabilmente avrebbero perso la metà del loro fascino senza l'estetica decadente e morbosa del "alieno" dalla testa oblunga.
Giger è anche lo scrittore del Necronomicon, da cui prese spunto per creare graficamente l'universo di Alien di Ridley Scott, uno dei massimi esponenti della corrente del Realismo Fantastico e soprattutto l'artista con la fantasia più estrema che mi sia capitato di vedere. Come definire l'arte di Giger? Dark, gotica, crudele, heavy, macabra, disturbante... per dare un'idea.

Ma è anche di più: satanismo, citazioni di De Sade, cyberpunk, biologia, horror e fantasy, oltre a indubbie influenze dall'inconografia cristiana, tutto questo triturato in un insieme perverso e barocco in cui è difficile distinguere l'organo dal metallo. Giger nutre i suoi esseri con il latte del fantasy, ma il suo mondo dista anni luce da Pandora o dalla Terra di Mezzo. Tra i suoi aborti deformi e le sue gabbie di ferro non c'è spazio per le montagne sospese nel vuoto o per le fate dalle ali liberty; al contrario, dominano visi e corpi deformati e straziati dall'innesto crudissimo dell'erotismo dell'inorganico e le figure femminili sono altere regine di imperi fatti di teschi e di penetrazioni devastanti.
Nulla viene risparmiato e nessun tabù viene evitato: ci sono donne con la testa di caprone satanico che mostrano oscenamente il sesso, sevizie di ogni genere, organi umani impossibili e senza alcun altro scopo se non quello di prestare servizio al piacere di una fantasia perversa.
Un libro per saperne di più dell'erotismo uomo-macchina-cosa: Il sex appeal dell'inorganico di Mario Perniola.

martedì 4 maggio 2010

Pioggia e sorrisi

Niente da fare, mi devo arrendere.

Abbandono le speranze di vivere una bella primavera gialla di sole, abbandono la vanagloria di macinare pagine su pagine la sera prima di andare a dormire, abbandono i buoni propositi di andare a dormire presto..le piogge a Milano sono tende che non si riescono ad aprire, le mie serate si allungano e vivo con i libri rapporti carnali appassionati ad intermittenza.

Che la sconfitta però sia almeno dolce come uno stordimento: e quindi accetto lo stato di concentrata sonnolenza durante il giorno e l'occhio vigile di notte a guardare la finestra dalla luce rosa che mi saluta dall'altra parte della strada.

Che vada così, io mi lascio trasportare: aver finalmente lasciato una situazione di pantano mi ha liberato le suole da catene immaginarie ma non meno costringenti. Mi piace quello che ho intorno a me e anche quando non mi piace sorrido ugualmente.

Unico importante impegno: terminare Vargas prima di luglio, in modo da essere preparata a Parigi...