Immaginate un piccolo treno, con pochi vagoni attaccati alla locomotiva, che corre placido in mezzo all'erba punteggiata da piccole macchie gialle e rosse. Immaginate una bella giornata di sole, un'aria tiepida di primavera, senza impennate e increspature del cielo. Il treno si ferma in una piccola stazione e da lì, attraverso un sentiero facilmente percorribile battuto nell'erba, si sale in una cittadina dominata da un antico castello. Il sentiero è leggermente in salita, ma non si sente la fatica: gli occhi si riempiono della pace del posto, gli unici suoni sono le voci allegre dei bambini che si divertono a guardare le mucche pezzate che dormono sotto il sole, o osservano i passanti senza scomporsi, o semplicemente esistono là, in mezzo al prato.
Arrivati al borgo medievale, si apre davanti agli occhi una bella strada lastricata di grosse pietre, pulite e splendenti, e attorniata dalle graziose terrazze dei ristoranti e bar. Ogni terrazza splende per i colori dei vasi di primule rigogliose che adornano le balaustre. La gente passeggia felice: le coppie - per lo più anziane - si tengono per mano, quelle più giovani controllano amorevolmente i bambini che corrono lungo la strada che ora si è fatta piazza, aprendosi allo sguardo.
A controllare questo piccolo paradiso le montagne. Sontuose, austere, imponenti: i monti della Svizzera circondano il borgo del castello in un abbraccio che non ha nulla di soffocante e minaccioso. Tra le loro cime ancora qualche sprazzo di neve, che resiste tenace ad una primavera che quest'anno si mostra poco aggressiva e mordace.
Ad un tratto però l'assurdo. Tra le casette infiorate e i negozietti di artigianato locale appaiono delle forme difficili da decifrare. Attraverso la vetrata di un locale si vedono persone sedute colonne vertebrali piegate in modo innaturale, all'interno di un antro dal vago sapore clericale, ma robotico e organico allo stesso tempo. Di fronte al bar si stagliano statue di esseri vagamenti umani ma deformi ed inquietanti: sono i primi segnali del
Museo Giger, dedicato all'artista - scultore, disegnatore, regista - che ha realizzato i mostri di Species II, l'arredamento del film Dune e soprattutto le astronavi e il mostro di Alien, per cui vinse l'Oscar.
Chiariamo sin dall'inizio: non è roba per tutti. Giger non è semplicemente il disegnatore di una delle creature fantasy più osannate dalla storia dello sci-fi, protagonista senza parole di una saga di capolavori (almeno i primi due) che probabilmente avrebbero perso la metà del loro fascino senza l'estetica decadente e morbosa del "alieno" dalla testa oblunga.
Giger è anche lo scrittore del Necronomicon, da cui prese spunto per creare graficamente l'universo di Alien di Ridley Scott, uno dei massimi esponenti della corrente del Realismo Fantastico e soprattutto l'artista con la fantasia più estrema che mi sia capitato di vedere. Come definire l'arte di Giger? Dark, gotica, crudele, heavy, macabra, disturbante... per dare un'idea.
Ma è anche di più: satanismo, citazioni di De Sade, cyberpunk, biologia, horror e fantasy, oltre a indubbie influenze dall'inconografia cristiana, tutto questo triturato in un insieme perverso e barocco in cui è difficile distinguere l'organo dal metallo. Giger nutre i suoi esseri con il latte del fantasy, ma il suo mondo dista anni luce da Pandora o dalla Terra di Mezzo. Tra i suoi aborti deformi e le sue gabbie di ferro non c'è spazio per le montagne sospese nel vuoto o per le fate dalle ali liberty; al contrario, dominano visi e corpi deformati e straziati dall'innesto crudissimo dell'erotismo dell'inorganico e le figure femminili sono altere regine di imperi fatti di teschi e di penetrazioni devastanti.
Nulla viene risparmiato e nessun tabù viene evitato: ci sono donne con la testa di caprone satanico che mostrano oscenamente il sesso, sevizie di ogni genere, organi umani impossibili e senza alcun altro scopo se non quello di prestare servizio al piacere di una fantasia perversa.
Un libro per saperne di più dell'erotismo uomo-macchina-cosa:
Il sex appeal dell'inorganico di Mario Perniola.