Mi appassiono ad un libro - e spesso ad un autore- quando vengo trascinata violentemente nell'universo descritto, che sia romantico, fantascientifico o demenziale. Posso anche sorbirmi pagine e pagine di descrizioni sul procedimento di conciatura dei guanti - Pastorale Americana, Philiph Roth - o sulla fauna degli insetti dell'isola di Corfù - La mia famiglia e altri animali, Gerald Durell - se il testo mi fa "respirare". Può anche essere aria stantia, claustrofobica, ma una bella storia si incunea nella tua vita quotidiana e ti impedisce semplicemente di fare a meno di lei: a quel punto vivi il libro, come si vive la vita reale, sciroppandosi anche i momenti noiosi perchè è c'est la vie.
In altri casi, un libro amato è un libro che mi lascia senza fiato e mi scardina qualche fortezza mentale di cui purtroppo sono piena. Sentirsi esaltare dal gusto della scrittura, godere del piacere di una frase sofisticata, di una epifania speciale...A quel punto mi comporto come un'innamorata ai primi appuntamenti: passo sopra qualsiasi difetto.
Un caso di questo tipo è quello che mi sta succedendo con Fred Vargas: so benissimo che sono romanzi gialli best seller, che i personaggi e le dinamiche tra loro sono molto ripetitive, che l'autrice si ripete.
Ma ci sono gli elementi irresistibili della letteratura di genere per eccellenza, il noir: gli indizi utili ed inutili mischiati per il piacere del lettore, l'attrazione per le anime torbide, il disincanto verso l'umanità. L'ingrediente in più? Tanto per fare un parallelo con un altro grande autore francese, associato per amor di semplificazione alla letteratura poliziesca - George Simenon - tanto il tono dei suoi romanzi è malinconico e vagamente deprimente, tanto Fred Vargas attinge da un altro elemento della storia culturale francese: la sensibilità verso il dialogo surreale, le associazioni libere di significato, la scrittura evocativa.
lunedì 25 gennaio 2010
martedì 19 gennaio 2010
Disclaimer
Il blog di tanto in tanto langue perchè non tutto ciò che leggo ci finisce dentro.
Ci sono libri che mi annoiano, o semplicemente, mi intrattengono prima di andare a dormire senza lasciare nessuna traccia particolare.
Ci sono periodi di lavoro intenso che mi risucchiano le energie e alla fine della giornata mi permettono al massimo di aprire i miei angeli consolatori, ovvero Dylan Dog, Julia, Dampym, da poco Caravan, Topolino e Paperino.
Qualche pensiero sul Giappone
Più di un amico è andato in vacanza in Giappone.
Ho ascoltato descrizioni entusiaste di treni di Tokyo sospesi a 300 all'ora, di gabinetti con bidè incorporato dai quali si espande musica classica, di giapponesi sensuali e fumettose, di pulizia impeccabile ovunque e soprattutto del felice matrimonio tra efficienza e divertimento che sembra la costante di ogni racconto.
Purtroppo la mia personale idea della società giapponese è inquinata da più di un'esperienza "culturale", se così si può dire. La mia attrazione per il cinema horror mi permette di sapere che fucina di morbosità e di follia è il mondo nipponico, ma su questo posso anche sorvolare. Quello che è meno noto probabilmente è l'attenzione nei confronti del suicidio come fenomeno sociologico, materia ricca di spunti per molti prodotti l'industria culturale: reportage - http://www.youtube.com/watch?v=rPYp9vABh9Y&translated=1 - manga e cinema.
Tra i film segnalo Suicide Circle, del 2002, primo episodio del regista Sion Sono di una trilogia sull'alienazione della società giapponese. Gli amanti dello splatter non possono perdersi la scena iniziale del treno - http://www.youtube.com/watch?v=0n0NCqOKY-M.
Uscendo dal panorama autoctono, di recente ho finito di leggere un libro che mi aveva incuriosito da tempo: Stupore e tremori di Amélie Nothomb. Durante un soggiorno in Francia avevo letto molti altri libri della stessa autrice, colpita dall'eleganza della lingua e dalla sua capacità di scovare la morbosità che domina i rapporti umani più banali. Questo è il libro più autobiografico della Nothomb: la giovane Amèlie, belga nata in Giappone da una famiglia di ambasciatori, torna alla sua adorata patria natia con un impiego come interprete in una enorme società di import-export. La sua perfetta conoscenza della lingua e dei costumi nipponici non le impedirà di venire schiacciata dalle regole assurde che dominano il mondo del lavoro in Giappone: assoluta fedeltà, rispetto ferreo delle gerarchie (anche se questo va contro il comune buon senso), annullamento dell'individuo rispetto al benessere dell'azienda. A poco a poco inizia il suo declino: il suo essere occidentale la porta a compiere continuamente gaffes, ad essere sempre imbarazzante (poco ci vuole: basta uno starnuto, gesto considerato estremamente disdicevole), fino a farsi considerare completamente demente. Da interprete diventa in breve la pulitrice dei bagni, ma Amélie si comporta da vera giapponese non rassegnando le dimissioni fino alla scadenza del suo contratto.
Il libro scorre velocissimo: il tema drammatico viene sviluppato con un'ironia ed autoironia
taglienti che non permette al lettore di provare pietà per l'eroina.
Da questo libro è stato tratto un film nel 2005 con lo stesso titolo, purtroppo non distribuito in Italia.
Godetevi il Giappone, adesso!
Ho ascoltato descrizioni entusiaste di treni di Tokyo sospesi a 300 all'ora, di gabinetti con bidè incorporato dai quali si espande musica classica, di giapponesi sensuali e fumettose, di pulizia impeccabile ovunque e soprattutto del felice matrimonio tra efficienza e divertimento che sembra la costante di ogni racconto.
Purtroppo la mia personale idea della società giapponese è inquinata da più di un'esperienza "culturale", se così si può dire. La mia attrazione per il cinema horror mi permette di sapere che fucina di morbosità e di follia è il mondo nipponico, ma su questo posso anche sorvolare. Quello che è meno noto probabilmente è l'attenzione nei confronti del suicidio come fenomeno sociologico, materia ricca di spunti per molti prodotti l'industria culturale: reportage - http://www.youtube.com/watch?v=rPYp9vABh9Y&translated=1 - manga e cinema.
Tra i film segnalo Suicide Circle, del 2002, primo episodio del regista Sion Sono di una trilogia sull'alienazione della società giapponese. Gli amanti dello splatter non possono perdersi la scena iniziale del treno - http://www.youtube.com/watch?v=0n0NCqOKY-M.
Uscendo dal panorama autoctono, di recente ho finito di leggere un libro che mi aveva incuriosito da tempo: Stupore e tremori di Amélie Nothomb. Durante un soggiorno in Francia avevo letto molti altri libri della stessa autrice, colpita dall'eleganza della lingua e dalla sua capacità di scovare la morbosità che domina i rapporti umani più banali. Questo è il libro più autobiografico della Nothomb: la giovane Amèlie, belga nata in Giappone da una famiglia di ambasciatori, torna alla sua adorata patria natia con un impiego come interprete in una enorme società di import-export. La sua perfetta conoscenza della lingua e dei costumi nipponici non le impedirà di venire schiacciata dalle regole assurde che dominano il mondo del lavoro in Giappone: assoluta fedeltà, rispetto ferreo delle gerarchie (anche se questo va contro il comune buon senso), annullamento dell'individuo rispetto al benessere dell'azienda. A poco a poco inizia il suo declino: il suo essere occidentale la porta a compiere continuamente gaffes, ad essere sempre imbarazzante (poco ci vuole: basta uno starnuto, gesto considerato estremamente disdicevole), fino a farsi considerare completamente demente. Da interprete diventa in breve la pulitrice dei bagni, ma Amélie si comporta da vera giapponese non rassegnando le dimissioni fino alla scadenza del suo contratto.
Il libro scorre velocissimo: il tema drammatico viene sviluppato con un'ironia ed autoironia
taglienti che non permette al lettore di provare pietà per l'eroina.
Da questo libro è stato tratto un film nel 2005 con lo stesso titolo, purtroppo non distribuito in Italia.
Godetevi il Giappone, adesso!
venerdì 15 gennaio 2010
Amabili resti - ALICE SEBOLD
Da poco è cominciato un altro anno finora sono stata testimone di innumerevoli sfighe accadute intorno a me. Non solo di proporzioni cosmiche - terremoto ad Haiti - ma anche piccole tragedie domestiche e quotidiane, che rovinano la giornata, la settimana, il mese alla gente qualunque.
Mi sento un anello di negatività intorno a me che si stringe e spero di sfilare la testa prima che sia troppo tardi.
Sarà per questo che mi sono affidata completamente all'istinto nella prima lettura iniziata nel 2010: Amabili resti, di Alice Sebold. A inizio febbraio uscirà il film di Peter Jackson, e devo ammettere di essere stata colpita dal trailer al punto da decidermi a comprare il libro e leggerlo.
La storia, in breve: Suzie ha 14 anni, è un'adolescente della provincia americana, con le famiglie che vivono nelle villette, le ragazzine che a scuola si trovano il boyfriend e tutto il resto. Poco prima di Natale, il 6 dicembre 1973, viene brutalmente assassinata, dopo aver subito una violenza carnale, e tagliata a pezzi. Il bruto è un suo vicino di casa, un omino qualunque (ma pluriomicida, si scopre nel libro), insospettabile. Dopo la sua morte, Suzie rimane sospesa in un mondo meraviglioso a metà tra l'oblio definitivo della morte e la vita: un "mondo di mezzo", da dove è impossibile intervenire o apparire attivamente sulla Terra, ma da dove Suzie può guardare lo svolgersi delle vite delle persone a lei care, prima spezzate dalla perdita e poi, a poco a poco, ostinate nella volontà di sopravvivere al dolore. Dal suo palco, Suzie rimane sempre la dolce adolescente morta appena si apprestava ad entrare nella vita adulta, mentre tutto tra i vivi cambia: la sua sorellina cresce, si innamora, i suoi genitori si separano e il suo assassino, nonostante i sospetti del padre, rimane impunito.
Amabili resti parte come thriller, con venature horror, per diventare un racconto sul concetto della "perdita". Questa volta la perdita è reale, si parla del lutto di una persona casa, relegata in un luogo da dove non potrà più tornare. Se le premesse e la storia potrebbero suggerire un tomo deprimente e macabro, in realtà questo pericolo è scongiurato dalla scelta di Suzie stessa come voce narrante in prima persona. Nonostante un finale che spezza l'incanto emotivo della dolce comunicazione tra la ragazzina e il lettore, lo spirito vivace dell'adolescente conferisce entusiamo e leggerezza ai momenti più tragici, come la sua stessa morte, strappo violento e crudo dal caldo del corpo e degli affetti. Questa levità narrativa impedisce al lettore di cogliere alcun invito a lasciarsi affascinare morbosamente dalla dolcezza della morte. Dalla rabbia per l'omicidio e per la fuga dell'assassino ci si addentra nel territorio più intimo dello struggimento, a volte insostenibile, che la persona perduta porta con sé, fino alla consapevole ineluttabilità di una vita - e di un'immagine - interrotta, che la memoria di chi resta non può modificare.
Mi sento un anello di negatività intorno a me che si stringe e spero di sfilare la testa prima che sia troppo tardi.
Sarà per questo che mi sono affidata completamente all'istinto nella prima lettura iniziata nel 2010: Amabili resti, di Alice Sebold. A inizio febbraio uscirà il film di Peter Jackson, e devo ammettere di essere stata colpita dal trailer al punto da decidermi a comprare il libro e leggerlo.
La storia, in breve: Suzie ha 14 anni, è un'adolescente della provincia americana, con le famiglie che vivono nelle villette, le ragazzine che a scuola si trovano il boyfriend e tutto il resto. Poco prima di Natale, il 6 dicembre 1973, viene brutalmente assassinata, dopo aver subito una violenza carnale, e tagliata a pezzi. Il bruto è un suo vicino di casa, un omino qualunque (ma pluriomicida, si scopre nel libro), insospettabile. Dopo la sua morte, Suzie rimane sospesa in un mondo meraviglioso a metà tra l'oblio definitivo della morte e la vita: un "mondo di mezzo", da dove è impossibile intervenire o apparire attivamente sulla Terra, ma da dove Suzie può guardare lo svolgersi delle vite delle persone a lei care, prima spezzate dalla perdita e poi, a poco a poco, ostinate nella volontà di sopravvivere al dolore. Dal suo palco, Suzie rimane sempre la dolce adolescente morta appena si apprestava ad entrare nella vita adulta, mentre tutto tra i vivi cambia: la sua sorellina cresce, si innamora, i suoi genitori si separano e il suo assassino, nonostante i sospetti del padre, rimane impunito.
Amabili resti parte come thriller, con venature horror, per diventare un racconto sul concetto della "perdita". Questa volta la perdita è reale, si parla del lutto di una persona casa, relegata in un luogo da dove non potrà più tornare. Se le premesse e la storia potrebbero suggerire un tomo deprimente e macabro, in realtà questo pericolo è scongiurato dalla scelta di Suzie stessa come voce narrante in prima persona. Nonostante un finale che spezza l'incanto emotivo della dolce comunicazione tra la ragazzina e il lettore, lo spirito vivace dell'adolescente conferisce entusiamo e leggerezza ai momenti più tragici, come la sua stessa morte, strappo violento e crudo dal caldo del corpo e degli affetti. Questa levità narrativa impedisce al lettore di cogliere alcun invito a lasciarsi affascinare morbosamente dalla dolcezza della morte. Dalla rabbia per l'omicidio e per la fuga dell'assassino ci si addentra nel territorio più intimo dello struggimento, a volte insostenibile, che la persona perduta porta con sé, fino alla consapevole ineluttabilità di una vita - e di un'immagine - interrotta, che la memoria di chi resta non può modificare.
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