giovedì 17 dicembre 2009

Soren Kierkegaard, ovvero il libro del supermercato

E' seccante dover ammettere che gli ultimi libri acquistati provengono dal supermercato. A me piacerebbe tanto spulciare tra gli scaffali, cercare i libri di seconda mano, scoprire le edizioni più peregrine: ma più spesso frequento giganteschi casermoni per fare la spesa e i libri sono l'ennesimo oggetto di consumo, a cui applicare la logica di qualunque prodotto: 3x2, offerte speciali.
E' anche indubbio che un libro è un libro e anche il ridotto numero di possibilità offerto dal supermercato offra dei vantaggi. Il supermercato può permettersi sconti enormi, che nemmeno i grandi colossi dell'editoria possono ancora offrire. Inoltre, la scarsezza della scelta paradossalmente mette tutto sullo stesso piano, anche perchè il grande magazzino segue sì le logiche del mercato, ma a volte stupisce. Di recente accanto all'ultimo libro di Bevilacqua e all'ovviamente Vespa, c'era nientepopodimeno che Diario di un seduttore di Soren Kierkegaard. Come è possibile? Io mi immagino direttori di reparto della Esselunga che di notte vengono visitati dallo spirito della professoressa di letteratura italiana del liceo, che gli ricordano di avergli messo 60 all'esame di maturità e di dover rispondere di questo.
Non so se compiacermi, ridere o iniziare a preoccuparmi di questo. Mi arriva il sospetto che provino a giocare sullo stordimento del frequentatori del supermercato in crisi da regalo prenatalizio: al posto di Donne di cuori magari si farà incuriosire da un titolo altrettanto accattivante.

A gennaio, vedremo scene tipo:
Pino, il nipote: "Zio Mario, hai letto il libro che ti ho regalato? hai visto che bello, ne diceva di zozzate, eh?"
Mario, lo zio: "Pino, legge eterna nell'amore è che due esseri debbano sentirsi come venuti al mondo l'uno per l'altro solo nel primo istante in cui hanno cominciato ad amarsi"

martedì 8 dicembre 2009

Insomma, la montagna.

Dopo più di un anno qui al nord, finalmente decidiamo di passare qualche giorno nel luogo ameno per eccellenza, il villaggetto di montagna. Reduci da settimane di stress casalingo e lavorativo, ci siamo buttati su internet per trovare un last minute economico e soprattutto raggiungibile con i mezzi pubblici (da anni sprezziamo l'uso della macchina, nonostante il timido ingresso del car sharing nella nostra vita milanese). Eccoci sabato 6 a Selvino, villaggio montanaro sopra a Bergamo, allettati dall'offerta dell'albergo RELAX: percorso benessere, cene gustose e nullafacenza completa per 4 giorni!

Il posto è molto carino: sui suoi 1000 metri la sera prima aveva nevicato per cui, nonostante la bella giornata di sole, il paesaggio era bianco e natalizio come di dovere. Dopo i convenevoli dell'hotel, ci siamo tuffati nella tumultuosa Selvino, il Paese dei Bambini Felici. Sì perchè a Selvino se sei al di sotto dei 10 anni, sei il re: in un km e mezzo scarso di paese sono disseminate attrazioni irresistibili, come parco giochi, minigolf, pista da sci per bambini, giostre, pista di pattinaggio. In questo Paese dei Balocchi, la nuova amministrazione comunale ha furbescamente rincarato la dose inventandosi la fiera del cioccolato nei giorni di Sant'Ambrogio, con giro in calesse incluso.
La presenza demoniaca dei pargoli non ci ha scoraggiato, anzi siamo stati presi dallo stessa clima da vacanza in famiglia:oltre alle passeggiate montanare, il Filosofo ha sfoggiato inconsuete doti da pattinatore ed io ho messo pericolosamente alla prova le mie vertigini tra cabinovie e arrampicate.

L'albergo RELAX non ha tradito il suo nome: abituati a ostelli con stanzette di 2x2 e bagno del corridoio, foresterie religiose con austere colazioni di prima mattina e assoluta parsimonia nel riscaldamento e bettole nel mezzo dei bagordi, ci sembrava di essere in preda del vizio e del lusso più sfrenato. Non venivo coccolata così in un hotel da ben prima di abbandonare i viaggi con i miei genitori, che era certo più comodi di quelli che faccio ora, ma nemmeno troppo, a causa del leggero disprezzo di mia madre per un certo tipo di confort, da lei ribattezzato inutile lusso.

Il RELAX è gestito dal sign. Angelo e consorte, una coppia comprensiva e amorevole nei confronti dei loro stressati ospiti. Non solo peraltro era uno dei pochi posti in cui la presenza delle piccole creature non abbondava, ma da altri dettagli - come il check out fino alle 19 - ho capito che l'amabile coppia guarda i clienti per quelli che sono: poveri cristi in cerca di pace, in fuga dalle polveri sottili e dalle file inteminabili nei negozi di città. Abbiamo passato 3 giorni immersi nel dolce torpore dell'ozio, migrando dal tavolo delle deliziose cene alla stanzetta della biosauna.

Insomma, ecco la montagna. Nuvole basse, naso ghiacciato e colori: rossiccio candele accese e marrone albero, verde soffice sottobosco, bianco neve morbida, rosso e blu persiane colorate, avorio lenzuola.

venerdì 4 dicembre 2009

CHE LA FESTA COMINCI - NICCOLO' AMMANITI

Un altro dei miei acquisti compulsivi a cui mi spinge il carrozzone Fnac ogni volta che ci entro.
Questa volta l'ingresso non è stato motivato dal tentativo di concedermi un respiro dall'afa agostina, ma dalla semplice curiosità. A differenza di Zia Mame, grande incontro di fine estate, ho trovato questo libro francamente deficiente. Uno dei casi in cui la lettura rapida non è indizio di scorrevolezza (o non solo), ma di reale superficialità. Andrebbe tutto benissimo, se sotto sotto non ci fosse l'intento di esprimere qualcosa di più.
Lo scrittore protagonista, di successo ed impegnato, ma sotto sotto fatuo come una velina, è sicuramente un alter ego di Ammaniti stesso, e tutto esprime una volontà del narratore di prendersi in giro. Peccato che le belle intenzioni siano un pò troppo sfacciate, al punto da far sorgere il sospetto che dietro la satira di costume ci sia un certo autocompiacimento.
La parte più divertente è la descrizione della scalcagnata setta di adoratori di Satana, ma anche qui il problema è che Ammaniti vuole andare oltre la descrizione e comunicare qualcosa di profondo, sulla disperazione che conduce a scelte assurde e spesso ridicole, senza convinzione reale.
Insomma, qualche sorriso c'è, ma annacqua in un fastidioso sentimento di prendersi troppo sul serio.

giovedì 19 novembre 2009

Eccoci, Lisbona. Un immediata salto nel passato prossimo, a 4 mesi fa, con il caldo delicato di luglio al mare. La città apparecchia il miglior comitato d'accoglienza: 25°, autobus in ritardo, spacciatori davanti a tutti i ristoranti e il migliore dei luoghi comuni, gruppo di capoeira davanti al bar di Fernando Pessoa.

Arrivo e mi sembra di essere a casa: traffico, gente che grida in mezzo alla strada, baccalà in ogni dove. Per "casa" intendo quella fino ai 19 anni, Bari.

La mattina dopo è troppo presto per mettersi in marca: la città accoglie i turisti mattinieri con nebbiolina,umidità asfissiante e negozi chiusi. Fino a mezzogiorno gironzolo senza meta godendomi quest'estate tardiva, e le strade che si riempiono mentre il sole si fa alto.
Rossio, Baixa. A mezzogiorno sono nella zona più antica, Alfama: cammino già da tre ore ma non sento la fatica, anche il caldo in realtà non aumenta e ho ancora voglia di camminare. Lisbona mi sembra una città che danza allegramente sul filo della decadenza: la sua bellezza passa attraverso l'ombra del disfacimento. Ogni stimolo va verso l'eccesso: frotte di turisti sui tram che scalano le salite, profumo penetrante di cannella e crema dalle pasticcerie, panni stesi al sole, ceramiche azzurre, verdi, gialle sbeccate sulle facciate delle case. Tutto è vivo, pulsante. Turisti e abitanti sono mischiati con disinvoltura.

Lisbona mi arriva agli occhi, al naso, alle orecchie e cerco di godermi ogni piccolo profumo, senza fretta di vedere tutto.

giovedì 15 ottobre 2009

Ottobre

Toc toc.
Il freddo bussa finalmente alla mia finestra: timido e rassegnato a subire le lamentele di chi -ingrato- storcerà il naso al suo passaggio. Arriva il freddo e pulisce l'aria, scaccia le zanzare, infonde un pò di eleganza nei movimenti: inizia la stagione dei respiri sotto i piumoni, degli amanti che si scaldano le mani e della struggente malinconia delle giornate più corte.

Il cielo terso di questi giorni è bello e mi fa venir voglia di uscire a camminare: l'aria pungente mi tende la mano e mi invita a ballare con lei. Ringrazio, stringo la mano e colgo l'invito.

Spero che il gelo congeli ed uccida gli uccellacci neri.
Spero che il freddo conservi giovani le nostre risate.

lunedì 12 ottobre 2009

Uccellacci e uccellini

Non riesco a iniziare un nuovo libro, solo il ristoro dei fumetti

Stress, telefonate, sms, sbuffi e mani a tappare le orecchie.
Mi sembra di aver perso l'innocenza e voglio, voglio, voglio riprenderla.
Mi sembra che siano passati 1000 anni in un colpo e si siano appolaiati tutti sulle mie spalle.

Uccelli neri
sui tetti inermi
grigi pensieri
respiro in bilico

Mi devo riprendere con la forza il mio sorriso e la mia felicità, a tutti i costi.

lunedì 5 ottobre 2009

Tricch'e ballacche

Solito treno, solito viaggio. Mi aspettano le solite tre ore e mezza di sonnecchiamento, letture e noia, con l'aggiunta dello snack di benvenuto - ah la prima classe. Ma la vita è sempre pronta a sorprendermi: il caso vuole che il mio sedile sia davanti a lei, la donna che trasforma un banale viaggio di ritorno da Roma a Milano in una puntata vivente di Sex and the City.

Veronica. Capelli biondi e lunghi, età sui 35 anni, più milanese del panettone. La trovo che sta mangiando una coppetta di ananas con il cellulare in mano - ultrapiatto e scintillante - alle prese con una telefonata di lavoro - con Nick - in cui sciorina delizie come "raggiungerà il break even in due anni" mentre fa l'uccelliera con i pezzettini di frutta. Alla fine della coppetta tira fuori da una busta due gigantesche pere e le addenta una dopo l'altra come fossero mentine, sempre continuando la telefonata di "business" in cui vengo a sapere che un conto se vuoi fare l'imprenditore e il manager, un conto se sei un imprenditore e assumi un manager. Durata: 20 minuti.

Il treno è partito e io ingenuamente penso che anche una donna manager considererà questo mezzo di trasporto un'isola di privacy. Invece no, ecco la seconda telefonata: la prima pera è quasi alla fine, il movimento masticatorio sotto i miei occhi. Lei è l'unica in tutto il vagone a tenere il volume della voce oltre la soglia accettabile, pericolosamente interrotto dalla malefica buccia della pera che allappa il palato costingendola a perdere ogni barlume di femminilità nel tentativo di rimuovere i pezzetti tra le gengive. La seconda telefonata - che diventa terza e quarta - è fatta rispettivamente a Barbie, Carola e Davide e dura altri 40 minuti, in cui vengo a sapere - "senti una roba"- che a stretto giro Carola deve chiamare Debora dopo aver parlato con Nick, che il giorno dopo andrà a fare un restyling, che in settimana ha un aperitivino, e che con il cliente è bene restare abbottonati.

A questo punto inizio ad osservarla sfacciatamente, sperando in un minimo di suo imbarazzo che mi faccia guadagnare 5 minuti di silenzio: Veronica "senti una roba" è una firma dalla testa ai piedi, strizzata in un austero tubino nero a occhio e croce di almeno 500€ e non si toglie gli occhiali da sole Jackie O - Gucci - nemmeno in Stazione Centrale alle 19.00. Tra una telefonata e l'altra tira fuori la pochette Chanel per mascherare i brufoletti del viso, a conferma che il corpo trova sempre un modo per vendicarsi. Le pere hanno lasciato il posto a minuscole cicche che mangia freneticamente, giusto per non farmi disabituare al ciancicamento.
Dopo un altro quarto d'ora so - io e le altre 5 persone accanto - che è fuori Milano da lunedì. che è stata a Spoleto, e che l'Italia è un Paese di merda perchè nelle gallerie cade la linea - e qui vigliaccamente sghignazzo perfida.

Grazie alle suddette gallerie, dopo un'ora e 45 minuti, il silenzio. Mi addormente un'oretta, e quando mi sveglio Veronica è di nuovo attaccata al cellulare, ha il portatile acceso e parla amabilmente con un'amica. In altri 20 minuti scopro che nel weekend si vedrà con un tipo di Lugano che ha i genitori a Novara e che il suo amico Mark - sposato con prole - l'ha sempre amata. Mark però prima di dichiararle il suo sentimento l'ha parecchio stressata, lasciando, da buon inglese, le bucce di banana sui vassoi d'argento della sua cucina, il borsone zozzo buttato sulla poltrona di cavallino e obbligandola a cucinare quintali di polpo alle 3 di notte, con fuoriuscita di vapore viola, odoroso di pesce, dalla pentola a pressione. E aggiunge, come inaspettato intercalare, Tricch'e ballacche!

A questo punto mi fa simpatia, penso che in 3 ore e mezzo so di questa donna ciò che potrei venire a sapere in un anno di frequentazione con una qualsiasi amica. Penso anche a quanto io sia borghese e squaliduccia a indignarmi per le cicche, l'uccelliera e le 40 telefonate, mentre lei mi fa sapere dove vive, con chi esce, dove mangia, dove fa l'aperitivino, che cucina in casa.

Avrei voglia di fare amicizia, di condividere i miei pensieri e dire tricch'e ballacche insieme a lei.

lunedì 28 settembre 2009

Mi brillavano gli occhi, di sole e di mare - L'Isola di Arturo di Elsa Morante

Sempre in treno, nel weekend, ripensavo all'Isola di Arturo di Elsa Morante.
L'ho letto qualche anno fa, ed oggi spesso lo regalo o lo consiglio agli amici.
E' un libro che mi ha profondamente colpito, e ancora adesso faccio fatica a mettere in ordine i pensieri che avevo mentre lo leggevo.
In sintesi è un libro sulla crescita e sul passaggio - anagrafico e psicologico - dall'infanzia all'età adulta. Il protagonista è il giovane Arturo, che passa le sue giornate nell'isola - Procida - in un'esistenza libera e selvaggia, e come unico compagno la cagnolina Immacolatella. Il suo tempo è scandito dalle stagioni dell'isola e dalla perenne attesa del ritorno del padre, personificazioni delle virtù "olimpiche": bellezza, forza, mascolinità. Di Arturo sono gli occhi che guardano e che ci restituiscono il mondo descritto intorno a lui: le rocce abitate da lucertole sotto il sole, il mare brillante, e niente, nient'altro che l'isola, i suoi rituali e la natura in perenne attesa. Romanzo pieno di uomini, le poche donne incontrate scatenano turbamento e rabbia, passione inspiegabile e disagio verso il diverso. Ma arrivano tardi nelle pagine del romanzo e per gran parte della storia il ragazzino percepisce la femminilità solo attraverso la sensualità dell'isola, rassicurante come un abbraccio materno e caldo, portatrice dell'illusione che l'incanto duri per sempre senza dolori.
Dopo anni di sole abbagliante, gli occhi di Arturo incontrano l'oscurità, la densa torbidezza del sesso e il segreto che è dentro il suo misterioso padre: tutto cambia, niente può restare uguale, bisogna perdere l'illusione dell'innocenza e andare via. L'Isola di Arturo è il libro della necessità della crescita, della perdita dell'innocenza attraverso l'incontro con la sensualità adulta.

A distanza di anni dalla lettura conservo il ricordo visivo del ragazzino che cammina tra le rocce sotto il sole del primo pomeriggio d'estate, le sue giornate selvagge e solitarie a dialogare con se stesso e il mare e il senso di incantesimo meraviglioso in cui vivere fino al ritorno del padre. Il padre di Arturo è l'immagine speculare dell'isola: l'uomo cresciuto sotto la luce impietosa ma con la pelle non più tesa a riflettere quella luce. L'età adulta regala il conforto e la maturità di saper accettare anche le pieghe più ombrose dell'esistenza, deboli e irrazionali.
Quando ero piccola avevamo una casa vicino al mare sulla costa sorrentina e mi ricordo i pomeriggio d'estate passati quasi senza coscienza davanti al mare, in barca o sulle rocce, e la spossatezza delle ore finali della giornata. Anche per me quel sole e quel mare, così vicini e abbacinanti, erano l'immagine rassicurante dell'estate che ritornava senza increspature.

mercoledì 23 settembre 2009

Un'amica con cui sghignazzare - ZIA MAME di Patrick Dennis

Certi libri rappresentano il commento di qualche momento della nostra vita. Altri ti accompagnano al ungo e lasciano un'impronta nella memoria anche dopo averli finiti, al punto che l'idea di cominciarne uno nuovo ti mette un pò a disagio.

Altri ancora sono gli amichetti con cui ritrovarsi a fine giornata per continuare un dialogo fatto di intensità, turbamento ma anche di sgangherate risate.

Questo libro è stato protagonista di un lungo processo di conoscenza e acclimatamento.



Qualche mese fa ero da Fnac, apparentemente alla ricerca di un libro per l'estate, ma sotto sotto anelando un pò di frescura da "l'approssimazione più vicino all'inferno", come definisco io Milano in estate.

Il negozio promuoveva "Zia Mame" per i soci, con uno sconto notevole. Mi ha colpito il disegno in copertina, una mano affusolata in guanto nero, con tanto di gioielli e bocchino, sobria ed eccentrica allo stesso tempo. Mi sembrava un particolare alla Audrey Hepburn, molto chic.

Alla fine non comprai il libro, e confermai a me stessa di essere vittima dell'immagina che io do, quella dell'intellettuale - comprai infatti i Bunderbrook, che giace negli scatoloni del trasloco dopo aver passato indenne e intonso l'estate.



A settembre, nella mestizia delle mie paturnie post-vacanze e dell' Esselunga, altro tempio-simbolo di Milano, ho finalmente comprato il libro, ma la lettura ha dovuto attendere altre 2 settimane di nubi deprimenti sopra la mia testa.

Quando ho aperto la prima pagina, mi sentivo un pò più leggera rispetto alle settimane precedenti: molte cose erano alle mie spalle e nello stesso tempo c'erano delle belle novità davanti a me.

Mame è l'amica divertente che ci voleva adesso. Nessuna pretesa di capolavoro, anzi se vogliamo anche qualche momento di noia - ampiamente sottolineati dalle critiche che ho letto su Internet - ma finalmente ridacchiavo alle trovate di questa donna svampita e piumosa, che alterna candore e sofisticatezza, crinoline e taffettà e Bauhaus.

Il libro scorre in modo brillante: poichè la chiave di lettura e descrizione è sempre l'umorismo e la civetteria della protagonista - vista dall'occhio del nipote - ci sono capitoli meno riusciti, dove le vicende si trasformano un pò in rumorosa carnevalata, ma nel complesso è uno spasso. I personaggi intorno a Mame sono attori secondari di questo caravanserraglio, disintegrati dalla personalit della Diva: il nipote Patrick, la scialba Agnes, Ito il maggiordomo, gli orfanelli demonio, la terrificante Gloria Upson....

Di tanto in tanto si vuole proprio comunicare che il personaggio è pieno di dettagli che la nobilitano, come l'assoluta apertura mentale, la freschezza del giudizio e il rifiuto di ogni pregiudizio, ma non ce ne sarebbe assolutamente bisogno.

Il libro è quasi finito, praticamente divorato in meno di una settimana: non succedeva da molto tempo, di solito centellino le pagine, mi piace farmi saltellare in testa le frasi appena lette, i colori, le descrizioni. Qui però è tutto così festaiolo, camp, scoppiettante che non riesco a smettere, mi sembra di stare nel bel mezzo di un can can.

Ho scoperto nel a fine anni '50 hanno fatto un film "Auntie Mame", di cui ho visto il trailer e che penso sia dimenticabile dalla storia del cinema. Mi sembra che abbiano cambiato la leggerezza femminile di Mame in una vivacità mascolina, un pò sguaiatella.

In più l'attrice è visibilmente avanti con l'età, ma che orrore!!

P.S. Ho commesso la leggerezza di dimenticarmi di chi mi ha spinto a riprendere in mano Zia Mame, peraltro per puro caso. Ringrazio la mia amica Tiziana, esperta in canotti e gelsomini, che mi ha regalato un pò del suo entusiasmo.

mercoledì 26 agosto 2009

Non sono ancora arrivata - Brooklyn di Colm Toibin

Brooklyn di Colm Toibin.
L'ho scoperto una sera di giugno al Festival Milanesiana, in una serata dedicata agli scrittori irlandesi. In realtà, quando ho trovato il libro in libreria, non volevo il suo, ma non mi ricordavo nè il titolo nè il nome e mi sono imbattuta per caso nella copertina e nel suo nome.
E' stato un incontro, per così dire, con qualcuno appena conosciuto e poi per caso incontrato in un altro contesto.

L'avvio è stato lento e nebbioso, in contrasto con le sabbie di miele e sole accecante della Sardegna dove mi trovavo. Il tono asciutto della scrittura viene però bilanciato dalla vividezza dei dialoghi: in poche pagine siamo a Enniscorthy, a sud di Dublino, avvolti dalla stessa sensazione di irrealizzazione della protagonista, Ellis.
Per cercare un lavoro e una vita migliore emigra a New York, e tra solitudine iniziale, la noia delle giornate sempre uguali e la costruzione della sua nuova identità a migliaia di km da casa, inizia il cammino di formazione della personalità di Ellis. Eilis mantiene la sua timida grazia per tutto il romanzo, ma il suo "io" si rafforza lontano dagli affetti della propria casa e dei propri cari: si innamora (o crede di esserlo), studia e inizia a vagheggiare un futuro a Brooklyn. Fino al viaggio finale che la riporta a casa, in cui riscopre il calore di quello che aveva lasciato e la "facilità" della sua vecchia vita. Lei però non vuole tornare indietro e rinunciare alla crescita che sta realizzando.
L'ho trovato bellissimo, senza patetismi o lacrimucce. Mi è successa una cosa che cerco sempre dai libri che leggo ma non capita spesso: mi sono identificata! Ecco là Ellis che arriva al lavoro con il nodo in gola della solitudine e della nostalgia di casa; che si sente perduta in una città enorme che non le appartiene...
Perduta, la parola chiave. Il senso della perdita e del ritrovarsi è alla base di tutte le partenze e degli arrivi. Non sempre però l'arrivo è quello fisico ed io non mi sento ancora arrivata qui a Milano. Del resto non mi sembra possibile tornare indietro, dovunque sia la mia casa: sono ancora in sospensione, mi sembra di oscillare in attesa che dentro di me qualcosa cambi e si stabilizzi.

E poi....L'HO LETTO TUTTO IN INGLESE SENZA VOCABOLARIO!!! Grande traguardo :)

venerdì 21 agosto 2009

La nonna dove la metti sta

Asciugamano, asciugamano

Spazzolino, spazzolino

Saponetta, saponetta

Datemi da mangiare e un bagno perchè bevo tanto ed io sarò felice.

La città chiama ed io dico no

Tornati dalle ferie, rieccoci a Milano: un pò di sconforto mi prende. Ieri notte abbiamo passato 2 ore e mezza a girare per la città spopolata, poche macchine e 10 km in pochi minuti. Penso a ciò che è meglio per me.
In questi giorni avverto uno scollamento tra la mia immagine e quello che sento dentro. E' passato un anno come un risveglio, veloce come un lampo e senza respiro.
Ho preso a leggere Watchmen, il librone gigante con tutta la serie di Alan Moore che ho rubato a Nicola. Sembra che la copertina mi abbia chiamato: dalle prime immagini si respira un'attesa da fine del mondo che non starebbe male nella Milano torrida di questi giorni.

Per la prima volta i supereroi mascherati sono presentati nelle loro scelte e nella loro vita quotidiana: perchè hanno scelto qualla vita? Cosa significa per un uomo mettersi una maschera e vestire il ruole da sorvegliante di una metropoli? I protagonisti si muovono ed agiscono trascinati da un senso di ineluttabilità della violenza e del loro destino: questioni morali legate al bene e alla giustizia sono trattate come noi le affrontiamo quotidianamente, ovvero con tutte le contraddizioni di cui siamo capaci. Comprendere la difficoltà di adeguarci ad un ideale di perfezione - fisica, etica - procura frustrazione e aggressività: i Watchmen, chiamati a difendere il prossimo dalla loro stessa vocazione, sono persone prestanti e intelligenti ma non meno infallibili di chiunque altro. Le loro azioni sono spesso dettate dall'opportunismo, dalla paura, dall'estremismo folle o da un concetto generale di bene e male: le loro storie ci dicono poco sul piano dell'avventura dell'eroe, e tantissimo su quello dell'individuo e dei suoi limiti.

martedì 14 luglio 2009

Piccoli suggerimenti per persone distratte

1) chiedersi sempre: cosa farebbe una persona precisa al posto mio?
2) fare ciò che richiede la risposta al punto 1)
3) non affidarsi alla memoria:tenere un'agenda, ma non quella del cellulare. Comprare un'agenda bella, colorata, con la copertina rigida e l'elastico. Bisogna avere un oggetto che piace e che non si rovini subito, in modo che sia più naturale tirarla fuori e scriverci.
4) non affidarsi alla memoria degli altri. E' un'arma a doppio taglio: possono sbagliare anche loro e in quel caso non ce la possiamo prendere. Questo consiglio non vale per chi può permettersi una segretaria. P.S. Segretaria = dipendente da pagare NO fidanzata NO mamma
5) cercare di fare le cose noiose per prime e godersi la sensazione di aver scoperto che non erano così difficili come si credeva
6) stabilire dei momenti nella giornata in cui sognare ad occhi aperti
7) fare associazioni mentali tra nomi e cose sceme che si riesce a ricordare. Es. via foppa mi ricorda la pappa del cane (l'ho detto che erano sceme)

sabato 11 luglio 2009

Le edicole delle stazioni

Non sono una grande osservatrice del panorama fuori dal finestrino. Prima di un viaggio mi impongo sempre di portare con me un libro, un fumetto o una qualunque superficie cartacea su cui scrivere o leggere qualcosa, altrimenti mi annoio in modo micidiale. A volte mi sono trovata sola nei treni a contemplare il nulla e a cercare nel sonno un modo per passare il tempo. Nelle edicole delle stazioni occhieggiano copertine variopinte destinate a gente come me, e negli anni ho scoperto che, accanto a qualche best seller e ai romanzetti erotici con austere copertine pastello e foto softcore a cameo in copertina, ci sono titoli immancabili ma assolutamente fuori da ogni logica di viaggio. I "Tre saggi di teoria sessuale" di Freud e "La gaia scienza" di Nietzsche, rigorosamente nell'edizione economica BUR, sono presenti ovunque, dalla stazione di Bari a Termini a Roma. A riprova dell'inconsueta raffinatezza del lettore italiano che si appresta a viaggiare, nelle stesse edicole si possono trovare autori che fanno ringiovanire di almeno 15 anni, poichè l'ultima volta che io li ho sentiti era dalla bocca della occhialuta professoressa del liceo: raccolte di poesie di William Blake, romanzi poco conosciuti di Montpassant, novelle gotiche di Theophile Gautier, addirittura i libri di Luigi Capuana, teorico del verismo italiano...tutte nella mitica edizione economica BUR, i cui libri hanno la caratteristica peculiare di non aprirsi mai del tutto, pena lo scollamento dei fogli, e di avere le pagine che si ingialliscono nel giro di una settimana, facendo prendere ai libri l'effetto è-caduto-nell'-acqua-e-si-è-asciugato. A parte questo, BUR è di sicuro in Italia la casa editrice allo stesso tempo più elitaria e democratica che abbiamo (i libri non superano i 5,9€...che pretendi allora a quel prezzo?). Diciamoci la verità: certi libri possono essere letti solo per due ragioni:
1) hai dai 14 ai 19 anni e ti è toccata in sorte una prof - senza figli - che pensa che in estate non avrai di meglio da fare che leggere Capuana sotto l'ombrellone (ce n'è ancora qualcuna, ma stanno sparendo,come i congiuntivi)
2)stai preparando un esame all'università e sotto sotto ti chiedi perchè non hai scelto scienze della comunicazione;
Naturalmente ci sono anche i lettori instancabili ed onnivori, capaci di passare da Stephen King a Rilke, e hanno tutta la mia sincera e silenziosa ammirazione: li invidio un pò, costoro non si annoieranno mai.

Torniamo a noi: anche io ammetto di essermi fatta prendere dall'entusiasmo di scoprire la teoria sessuale di Freud nelle 6 ore di eurostar Roma-Bari, e ho investito i miei quasi 6€ nel BUR, ma, casualità, quel testo è arrivato intonso a destinazione, infatti figura minaccioso in casa senza una piega (però le pagine gialle sono gialle). Tuttavia, le edicole delle stazioni mi hanno fatto spesso scoprire autori che altrimenti, nella mia incommensurabile spocchia, in una regolare libreria non avrei mai filato. Nell'ordine:
1)Andrea Camilleri: ebbene sì, non avevo letto nulla del commissario Montalbano fino al 2008, succede. Mi sono sparata 5 libri di seguito e devo dire che posso ritornare alla mia ignoranza sui nuovi sviluppi delle sue vicende almeno fino al prossimo viaggione in treno.
2)Agata Christie: su questo faccio mea culpa, a riprova che la spocchia è sempre cattiva consigliera. Coinvolgente, rigorosa, ironica.
3)Giorgio Faletti: ho letto il primo libro ma dopo le prime 500 pagine (ebbene sì) ad ogni nuovo capitolo guardavo l'indice per capire di quante pagine era - brutto segno, come guardare l'orologio ad un appuntamento;
Quest'anno prima di partire per un viaggetto da Milano a Padova, l'edicola della stazione centrale mi ha proposto La Figlia della Fortuna di Isabelle Allende. Era il secondo libro che leggevo di Allende, e l'ho finito qualche sera fa. Coinvolgente, fresco e giustamente indigesto come un pranzo d'estate al mare. Lo consiglierei a chiunque si appresta a muoversi, per piacere o per lavoro, poichè è anche esso un racconto di viaggiatori in cerca di qualcosa e qualcuno, per cui da l'idea di percorrere un pezzo di strada insieme.