Sempre in treno, nel weekend, ripensavo all'Isola di Arturo di Elsa Morante.
L'ho letto qualche anno fa, ed oggi spesso lo regalo o lo consiglio agli amici.
E' un libro che mi ha profondamente colpito, e ancora adesso faccio fatica a mettere in ordine i pensieri che avevo mentre lo leggevo.
In sintesi è un libro sulla crescita e sul passaggio - anagrafico e psicologico - dall'infanzia all'età adulta. Il protagonista è il giovane Arturo, che passa le sue giornate nell'isola - Procida - in un'esistenza libera e selvaggia, e come unico compagno la cagnolina Immacolatella. Il suo tempo è scandito dalle stagioni dell'isola e dalla perenne attesa del ritorno del padre, personificazioni delle virtù "olimpiche": bellezza, forza, mascolinità. Di Arturo sono gli occhi che guardano e che ci restituiscono il mondo descritto intorno a lui: le rocce abitate da lucertole sotto il sole, il mare brillante, e niente, nient'altro che l'isola, i suoi rituali e la natura in perenne attesa. Romanzo pieno di uomini, le poche donne incontrate scatenano turbamento e rabbia, passione inspiegabile e disagio verso il diverso. Ma arrivano tardi nelle pagine del romanzo e per gran parte della storia il ragazzino percepisce la femminilità solo attraverso la sensualità dell'isola, rassicurante come un abbraccio materno e caldo, portatrice dell'illusione che l'incanto duri per sempre senza dolori.
Dopo anni di sole abbagliante, gli occhi di Arturo incontrano l'oscurità, la densa torbidezza del sesso e il segreto che è dentro il suo misterioso padre: tutto cambia, niente può restare uguale, bisogna perdere l'illusione dell'innocenza e andare via. L'Isola di Arturo è il libro della necessità della crescita, della perdita dell'innocenza attraverso l'incontro con la sensualità adulta.
A distanza di anni dalla lettura conservo il ricordo visivo del ragazzino che cammina tra le rocce sotto il sole del primo pomeriggio d'estate, le sue giornate selvagge e solitarie a dialogare con se stesso e il mare e il senso di incantesimo meraviglioso in cui vivere fino al ritorno del padre. Il padre di Arturo è l'immagine speculare dell'isola: l'uomo cresciuto sotto la luce impietosa ma con la pelle non più tesa a riflettere quella luce. L'età adulta regala il conforto e la maturità di saper accettare anche le pieghe più ombrose dell'esistenza, deboli e irrazionali.
Quando ero piccola avevamo una casa vicino al mare sulla costa sorrentina e mi ricordo i pomeriggio d'estate passati quasi senza coscienza davanti al mare, in barca o sulle rocce, e la spossatezza delle ore finali della giornata. Anche per me quel sole e quel mare, così vicini e abbacinanti, erano l'immagine rassicurante dell'estate che ritornava senza increspature.
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