lunedì 25 gennaio 2010

Vargas, il noir surreale

Mi appassiono ad un libro - e spesso ad un autore- quando vengo trascinata violentemente nell'universo descritto, che sia romantico, fantascientifico o demenziale. Posso anche sorbirmi pagine e pagine di descrizioni sul procedimento di conciatura dei guanti - Pastorale Americana, Philiph Roth - o sulla fauna degli insetti dell'isola di Corfù - La mia famiglia e altri animali, Gerald Durell - se il testo mi fa "respirare". Può anche essere aria stantia, claustrofobica, ma una bella storia si incunea nella tua vita quotidiana e ti impedisce semplicemente di fare a meno di lei: a quel punto vivi il libro, come si vive la vita reale, sciroppandosi anche i momenti noiosi perchè è c'est la vie.

In altri casi, un libro amato è un libro che mi lascia senza fiato e mi scardina qualche fortezza mentale di cui purtroppo sono piena. Sentirsi esaltare dal gusto della scrittura, godere del piacere di una frase sofisticata, di una epifania speciale...A quel punto mi comporto come un'innamorata ai primi appuntamenti: passo sopra qualsiasi difetto.
Un caso di questo tipo è quello che mi sta succedendo con Fred Vargas: so benissimo che sono romanzi gialli best seller, che i personaggi e le dinamiche tra loro sono molto ripetitive, che l'autrice si ripete.
Ma ci sono gli elementi irresistibili della letteratura di genere per eccellenza, il noir: gli indizi utili ed inutili mischiati per il piacere del lettore, l'attrazione per le anime torbide, il disincanto verso l'umanità. L'ingrediente in più? Tanto per fare un parallelo con un altro grande autore francese, associato per amor di semplificazione alla letteratura poliziesca - George Simenon - tanto il tono dei suoi romanzi è malinconico e vagamente deprimente, tanto Fred Vargas attinge da un altro elemento della storia culturale francese: la sensibilità verso il dialogo surreale, le associazioni libere di significato, la scrittura evocativa.

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