giovedì 19 novembre 2009

Eccoci, Lisbona. Un immediata salto nel passato prossimo, a 4 mesi fa, con il caldo delicato di luglio al mare. La città apparecchia il miglior comitato d'accoglienza: 25°, autobus in ritardo, spacciatori davanti a tutti i ristoranti e il migliore dei luoghi comuni, gruppo di capoeira davanti al bar di Fernando Pessoa.

Arrivo e mi sembra di essere a casa: traffico, gente che grida in mezzo alla strada, baccalà in ogni dove. Per "casa" intendo quella fino ai 19 anni, Bari.

La mattina dopo è troppo presto per mettersi in marca: la città accoglie i turisti mattinieri con nebbiolina,umidità asfissiante e negozi chiusi. Fino a mezzogiorno gironzolo senza meta godendomi quest'estate tardiva, e le strade che si riempiono mentre il sole si fa alto.
Rossio, Baixa. A mezzogiorno sono nella zona più antica, Alfama: cammino già da tre ore ma non sento la fatica, anche il caldo in realtà non aumenta e ho ancora voglia di camminare. Lisbona mi sembra una città che danza allegramente sul filo della decadenza: la sua bellezza passa attraverso l'ombra del disfacimento. Ogni stimolo va verso l'eccesso: frotte di turisti sui tram che scalano le salite, profumo penetrante di cannella e crema dalle pasticcerie, panni stesi al sole, ceramiche azzurre, verdi, gialle sbeccate sulle facciate delle case. Tutto è vivo, pulsante. Turisti e abitanti sono mischiati con disinvoltura.

Lisbona mi arriva agli occhi, al naso, alle orecchie e cerco di godermi ogni piccolo profumo, senza fretta di vedere tutto.

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